Ironia e comicità accompagnano il racconto, condotto con la consapevolezza che la vita ha un senso, un fine. Ogni uomo ha nel cuore l’impressione di essere chiamato a qualcosa di importante. Ogni uomo ha nel cuore la domanda sul proprio destino. Ciascuno cerca il talento, che è la strada per il compimento di sé, è quanto Dio ci ha donato per compierci.
«Il problema era se Dio aveva regalato anche» a lui «dei talenti, e se sì, dove erano nascosti. […] Forse Dio si era scordato» di lui. La sua storia individuale si congiunge alla storia corale, alle vicende del paese, ai luoghi come «scuole, oratori, bar, officine, campi e garage» che caratterizzavano la sua vita, come quella di tanti altri che vivevano nei decenni degli anni Sessanta e Settanta.

Un mondo che sta tramontando, un mondo profondamente diverso da quello attuale, più povero, ma pur sempre ricco di rapporti, di «orizzontalità», come l’attore ama definire la trama di legami del paese di campagna, dove tutti si conoscono e per vedere un amico non è obbligatorio prendere un appuntamento sull’agenda, come accade invece nelle metropoli, come accade a Milano dove ben presto Poretti si trasferirà.
Villa Cortese è stata un po’ la sua Ur, la sua vicenda è come la vicenda di Abramo. Ogni vicenda umana nasconde la storia di Abramo.

«Dicono» scrive ancora l’attore «che tutti noi, a un certo punto della vita, sentiamo una voce dentro che ci spinge via da dove siamo nati; per qualcuno, o forse per tutti, la voce ha grandi progetti, il problema è capire quello che la voce ti dice».
Anche Giacomo Poretti cerca «confusamente qualcosa a Milano». Una sera Giacomo finisce in un locale «dove la birra costava poco e nel prezzo era compreso uno spettacolo di cabaret». Qui avviene uno degli incontri che per lui sono stati fondamentali per la sua carriera lavorativa… Assieme ad altri incontri, con la donna che sarebbe divenuta sua moglie e madre del figlio, e con i preti.

Così l’attore scrive nella lettera indirizzata all’Arcivescovo di Milano, «il sindaco delle anime»: «Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti, invece, ci ho messo un po’ di più».
Nella stessa lettera Giacomo racconta come ha incontrato la fede: «Quando siamo arrivati a casa (dallo stadio), il papà ha detto alla mamma: “Oggi, a Milano, questo bambino ha scoperto la fede! (nell’Inter!)”. Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata e, per far questo, mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese: il mio papà, invece, mi portava a vedere l’Inter a San Siro».

Nella trama di questi incontri diventa sempre più chiara la consapevolezza che c’è un destino buono, quella consapevolezza che nel bimbo Giacomino era solo una percezione proveniente dallo sguardo della mamma: «La mamma era così felice che io piangessi che si sciolse in lacrime anche lei, e così ho pensato che forse quella cosa lì, la vita, non doveva essere poi così male».