altOggi sembra dominare gli scenari nazionali e internazionali l’insegnamento di Machiavelli. Il codice di comportamento e di riferimento etico sembra, infatti, mutare in relazione al fatto che ci si trovi in una dimensione privata o sociale o politica. Convinzioni religiose e ideali possono aver valore solo nella dimensione privata.  In una dimensione più ampia, quella dei rapporti sociali, si possono condividere valori etici o si possono assumere atteggiamenti diplomatici di tolleranza e di correttezza. Nella sfera politica, infine, sembra vigere un codice deontologico differente, unico, permesso, tollerato. Machiavelli docet, è l’ipse dixit sottaciuto, di cui si misconosce magari il valore, ma che invece si applica in ogni ambito. L’uomo politico, il principe, può essere simulatore e dissimulatore, fingere e, nel contempo, fingere di non aver finto. Le azioni da lui compiute saranno sempre giustificate se buone per lo Stato. Il principe dovrà, invece, guardarsi dal compiere azioni che possano ledere in qualche modo la grandezza dello Stato, mentre potrà compiere o meno quelle azioni, anche immorali, che sono insignificanti per lo Stato. In poche parole la legge dell’agire è la ragion di Stato, cioè il suo mantenimento o ingrandimento, ovvero il fine giustifica i mezzi nell’ambito politico, cioè qualsiasi azione è consentita per conservare il potere o per ottenerlo.

Come antidoto al machiavellismo trionfante in politica conviene riguardarsi il trattato De monarchia di Dante. Nel terzo libro l’autore scrive:

Adunque quella Provvidenza, che non può errare, propose all’uomo due fini; l’uno la beatitudine di questa vita, che consiste nelle operazioni della propria virtù e pel terrestre paradiso si figura; l’altro la beatitudine di vita eterna, la quale consiste nella fruizione dello aspetto divino, alla quale la propria virtù non può salire, se non è dal divino lume aiutata, e questa nel Paradiso celestiale s’intende.