La lirica siciliana nasce probabilmente tra il 1232 e il 1233, ovvero nei dieci mesi che Federico II trascorre in Sicilia, dopo essersi fermato a Treviso e aver attraversato la penisola. Proprio in quel soggiorno l’Imperatore sprona i propri funzionari, i notai, i giudici e le personalità della Magna Curia a farsi promotori della scrittura poetica sulla falsariga di quella provenzale. Per questo i poeti siciliani sono tutti personaggi impegnati nella corte, possono scrivere soltanto nel tempo di svago, libero dalle attività lavorative e delimitano il tema poetico soltanto all’amore, escludendo sia l’argomento morale che quello politico, entrambi, invece, presenti nella poesia provenzale. Nei mesi del soggiorno in Sicilia Federico II conosce anche la nobildonna Bianca Lancia da cui nasce Manfredi, re di Sicilia dal 1258 che trova la morte giovanissimo nel 1266 a Benevento combattendo contro i Guelfi. 

Proprio nel ristretto arco temporale, delimitato tra il 1233 e il 1266, trova spazio l’esperienza della poesia siciliana. Tra i suoi esponenti dobbiamo annoverare anche Pier della Vigna, Petrus de Vinea, segretario di Federico II, a conoscenza di tutti i segreti dell’Imperatore, se dobbiamo dar credito a Dante che lo colloca tra i suicidi nel canto XIII dell’Inferno. Accusato di aver congiurato contro l’Imperatore nel 1248, imprigionato e accecato, si darà la morte nel 1249, l’anno prima della morte di Federico II. Sarà la Commedia a ripristinarne la fama. Il discorso del segretario della Magna Curia federiciana, costruito con abile perizia retorica, trasmetterà l’impressione di una vera e propria perorazione tenuta di fronte a Dante, perorazione di cui il segretario non poté avvalersi in vita. 

Tra gli altri poeti della lirica siciliana non possiamo dimenticare Giacomino Pugliese, che nel nome ci ricorda che a questo gruppo appartengono anche poeti provenienti da altre regioni del Sud Italia, e Stefano Protonotaro, primo notaio di corte, l’unico di cui ci sia rimasto un testo nel volgare siciliano, non toscanizzato. Il titolo è «Pir meu cori alligrari». Leggiamo solo la prima stanza per cogliere la distanza tra il siciliano colto e i testi toscanizzati giunti fino a noi: «Pir meu cori alligrari,/chi multu longiamenti/ senza alligranza e joi d’amuri è statu,/ mi ritornu in cantari,/ ca forsi levimenti/ da dimuranza turniria in usatu/ di lu troppu taciri;/ e quandu l’omu ha rasuni di diri,/ ben di’cantari e mustrari alligranza,/ ca senza dimustranza/ joi siria sempri di pocu valuri:/ dunca ben di’ cantar onni amaduri». Tutti gli altri componimenti pervenutici sono toscanizzati: le vocali strette siciliane sono state riportate nel sistema di sette vocali che sarà tipico dell’italiano provocando quindi profondi cambiamenti al testo. Si pensi che la rima «amurusi/usi» in forma toscana viene trascritta «amorosi/usi». Nel tempo si diffonderà l’idea che i siciliani avessero resa lecita la rima imperfetta, che verrà per questo definita siciliana.  

La canzonetta Meravigliosamente di Giacomo da Lentini è emblematica per capire alcuni dei caratteri fondamentali della lirica siciliana. Un amante timido e introverso è così travagliato per l’amore che prova nei confronti della donna amata che non riesce in alcun modo a comunicarle il suo sentimento e la guarda di nascosto. Può, però, dedicarsi alla contemplazione della figura della donna che porta impressa nel suo cuore. Rivolgendosi a lei, così scrive: «e quando voi non vio/ guardo ‘n quella figura,/ e par ch’eo v’aggia davante;/ come quello che crede/ salvarsi per sua fede,/ ancor non veggia inante». Il riferimento alla fede è formale e assolve il compito di elevare il linguaggio e il contesto in cui è avvolta l’immagine dell’amata, non ha di certo un valore religioso e sacrale. 

Del resto, nella produzione siciliana la modalità di rappresentazione della donna è del tutto profana, la figura di lei è assai distante dalla donna-angelo che diventerà centrale nella poesia stilnovista. Il fuoco d’amore, nascosto nel petto del poeta, quanto più è tenuto nascosto nel cuore tanto più divampa. L’amore così diventa sempre più evidente all’esterno dai segni che l’amante porta impressi sulla sua persona. In accordo con la produzione provenzale precedente il poeta non tratteggia i lineamenti fisici della donna, apostrofata nei versi più volte con l’espressione «bella». Soltanto nel congedo della canzonetta scopriamo che l’amante è da identificarsi nel Notaro: «Canzonetta novella,/ va’ canta nuova cosa;/  lèvati da maitino/ davanti a la più bella,/ fiore d’ogn’amorosa,/ bionda più c’auro fino:/ ”Lo vostro amor, ch’è caro,/ donatelo al Notaro/ ch’è nato da Lentino”». In linea con la tradizione cortese la donna ha i capelli biondi come l’oro, tratto che rimarrà caratteristico per molti secoli nella poesia occidentale e che sarà immortalato dal celeberrimo sonetto petrarchesco  «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi».

Il poeta invita la canzonetta a recarsi dall’amata per raccontarle quell’amore che lui non riesce ad esprimerle a parole. Se la poesia provenzale mostrava tratti fortemente carnali, i versi siciliani esprimono un amore profondamente interiorizzato e deprivato della componente erotica. In un certo senso la visione dell’amata nella lirica siciliana si pone sulla linea di transizione tra la donna carnale provenzale e l’immagine spiritualizzata stilnovista. 

Ad ogni modo l’amore di cui il poeta scrive non è certo rivolto alla moglie amata. La linea della tradizione cortese occidentale che approda in Italia alla poesia petrarchesca che avrà un’influenza decisiva sulla poesia d’amore e lirica fino a Leopardi e oltre, raramente canterà l’amore di un uomo per la propria moglie (fatte salve le eccezioni di Umberto Saba, di Eugenio Montale e di pochi altri). Ha preferito, in genere, raccontare o descrivere l’amore lontano, irraggiungibile, impossibile, o tormentato, ostacolato, reso difficile da mille impacci. Ha cantato l’amore per una donna che è già di altri, trascurando di soffermarsi su quell’amore quotidiano che permette di vedere tutti i limiti dell’altro, ma anche di abbracciarli con una tenerezza che tutto rispetta. 

Si è allontanata, in genere, dal realismo nella descrizione dell’amore e si è fondata su quella che Leopardi definisce poetica del vago, dell’indefinito e della rimembranza. La rappresentazione realistica, pur tanto presente nella linea poetica e novellistica più popolare, o in monumenti della nostra letteratura come il Decameron o la Divina commedia, raramente sarà presa come modello da imitare nella tradizione illustre. (La Nuova Bussola quotidiana del 22-11-2015)