A cambiare non è, però, solo il nome del protagonista, ma anche l’impalcatura fondamentale delle vicende. Il popolo dei Baschi, cristiano, viene sostituito nella Chanson con i Saraceni in un’epoca di tensione tra i due mondi, cristiano e musulmano, che prelude alle crociate (la prima svoltasi tra 1096 e il 1099). Che potenza ha la parola! Che forza rievocativa ha il racconto! Fatti storici del tutto insignificanti possono diventare immortali se tramandati alla memoria attraverso i versi. È accaduto alla guerra di Troia riesumata da Omero, è accaduto per la rotta di Roncisvalle, divenuta una delle storie più note nell’Occidente. Quale capacità possiede la parola di rievocare immagini, fatti, emozioni! 

Nella redazione scritta la Chanson de Roland si compone di 4002 decasillabi divisi in 420 lasse diseguali. All’inizio dell’opera la resistenza dei Mori in Spagna è ormai quasi vinta da sette anni di scontri contro i cristiani. Il re Marsilio è asserragliato a Saragozza e chiede di trattare con Carlo Magno. Alla prospettiva di Orlando che non si fida e non vuole scendere a patti si contrappone Gano, che vuole accettare la resa. Si impone quest’ultimo parere. Su proposta di Orlando a trattare con Marsilio sarà lo stesso Gano che medita la vendetta accordandosi con Marsilio. Mentre l’esercito cristiano si ritira, la sua retroguardia ove sono stati collocati i più prodi paladini viene assalita dai Saraceni. In maniera impavida il valoroso quanto orgoglioso Orlando combatte rifiutandosi di suonare l’olifante fino all’ultimo, nonostante il consiglio del più saggio Oliviero: «Non piaccia a Dio, ai suoi angeli, ai santi/ che per me perda il suo valore la Francia!/ Meglio morire che restar nell’infamia!». 

I pochi cavalieri cristiani sono, però, sopraffatti dalla soverchiante forza avversaria cosicché vengono massacrati. Prima di morire Orlando decide di suonare l’olifante per avvertire l’esercito di Carlo Magno. Più tardi, cerca di distruggere la sua spada Durendala, che porta nel pomo le reliquie di molti santi: «Nell’aureo pomo i santi ne han reliquie:/ san Pietro un dente, del sangue san Basilio,/ qualche capello monsignor san Dionigi,/ e un pezzo d’abito anche santa Maria». Prima di esalare l’ultimo respiro «recita il suo Mea culpa e chiede a Dio mercé:/ «Verace Padre, che mai non mentisti,/ san Lazzaro dai morti resuscitasti/ e Daniele dai leoni salvasti,/ salva la mia anima da tutti i pericoli/ dei peccati che in vita mia feci!»». Il prode Orlando mostra una mendicanza umile e cosciente della propria miseria. Il paladino non è un eroe che si salva con le proprie azioni, ma un cavaliere che, commosso, riconosce il proprio male e prega perché la misericordia di Dio lo salvi. 

Orlando rappresenta il cavaliere fedele, credente, consapevole che l’uomo è un peccatore che dipende da Dio, come impara Perceval dal santo eremita. Pochi decenni più tardi, Tommaso da Celano (1200 circa – 1265 circa), frate francescano, scriverà il Dies irae che recita: «Rex tremendae maiestatis,/ qui salvandos salvas gratis,/ salva me, fons pietatis» ovvero «Re di tremenda maestà,/ tu che salvi per tua grazia,/ salva me, o fonte di pietà».  Mentre sta per morire, Orlando protende il guanto destro verso Dio. Va in Paradiso con le mani giunte, accompagnato dall’angelo Gabriele (l’angelo del buon annuncio), dai Cherubini (angeli il cui attributo fondamentale è la sapienza) e dall’Arcangelo Michele, protettore dei naviganti e dei viandanti. Richiamato dall’olifante, Carlo Magno tornerà indietro, sgominerà i nemici, espugnerà Saragozza. Il traditore Gano verrà punito in maniera esemplare. La promessa sposa di Rolando, Alda la Bella, morirà di dolore sul finir del poema, appresa la notizia della morte di Orlando. È questo l’unico elemento sentimentale in un’opera che si gioca tutta su vicende militari.

La storia di Rolando approderà anche all’Italia del Nord dove si diffonderanno i cantari cavallereschi nel XIII secolo. Il nome del protagonista diverrà Orlando, natio delle nostre terre. Il prode paladino assumerà anche un aspetto fisico preciso, non bello d’apparenza, ma dalla forza erculea. Nel Quattrocento con l’Orlando Innamorato di Boiardo si fonderanno le vicende amorose con quelle belliche: innamorato di Angelica, Orlando perderà la prerogativa di essere paladino completamente fedele al re e alla cristianità e si allontanerà dai propri compagni alla ricerca dell’amata.  (La Nuova Bussola quotidiana dell’1-11-2015)