Il Cardinale Joseph Ratzinger parlava di Don Didimo Mantiero come di “una figura umile e appunto grande proprio nell’umiltà […], che non ha mai cercato onore e cariche, ma voleva solo servire semplicemente Dio negli uomini e gli uomini per Dio”. Don Luigi Giussani vedeva nel prete di Bassano del Grappa “una umanità che dalla familiarità col Signore traeva l’esempio di una partecipazione appassionata e fedele alla vita dei giovani che incontrava”. Per questo “sfidando la loro libertà con l’impeto del suo temperamento e con la forza della sua esperienza […], non si scandalizzava e non si spaventava di nulla tanto era certo della sua fede”. Marina Corradi, curando la prefazione ai Diari di Don Didimo, lo paragona al curato d’Ars per “la tensione all’educazione cristiana”, a Don Giussani per quel “suo vivere l’amicizia come solo autentico metodo pastorale” e per “la totalità di una fede che non rinnega proprio nulla della vita concreta, della povera carne”, al Don Camillo di Guareschi per quel suo “andare a trovare Cristo sull’altare […] in grande confidenza”.