Le parole che abbiamo letto prima appartengono all’epigrafe collocata sulla porta dell’Inferno, accesso a quel mondo di dannati di cui tutti hanno letto almeno qualche canto. Dante ha creato il mondo dell’aldilà partendo dalla pura immaginazione oppure ha avuto in qualche modo una visione che ha costituito il punto di partenza per la costruzione fantastica del mondo ultraterreno? Esistono delle testimonianze al riguardo? Che cosa afferma Dante nei suoi scritti? Nell’epoca contemporanea, anche i più attenti studiosi della Commedia, che prestano tanta attenzione agli aspetti filologici del testo o ai significati allegorici dei versi, raramente riflettono sulla dimensione escatologica dell’opera e sul messaggio relativo allo status animarum post mortem, ovvero alla condizione delle anime dopo la morte. Oggi l’Inferno viene letto come potente rappresentazione fantastica, di rado come profezia e severo ammonimento dell’esito drammatico che può conseguire la libertà umana.  Parlare di Oltremondo appare sempre più da visionari o da pazzi in una società come la nostra che, oltre ad eliminare e ad esorcizzare la paura della morte, ha cercato di estirpare la percezione del peccato e della dannazione. Per lo storico francese Jean Delumeau

 

 

la storia dell’Occidente moderno non è che la storia della graduale uscita dell’uomo dall’incubo della dannazione; non è che un tentativo violento di liberarsi dalle ipotesi «Inferno», «diavolo».

 

Anche il filosofo contemporaneo Bertrand Russell (1872-1970) considera non credibile il cristianesimo perché promette non solo premi eterni, ma anche la dannazione eterna, ipotesi davvero «imperdonabile».