Nel 1300, anno del Giubileo, all’età di trentacinque anni, Dante si trova a metà della sua vita. Ha raggiunto tante gratificazioni che, però, non gli bastano, non lo rendono felice. Così, senza sapere neppure in che modo, entra in una crisi profonda, rappresentata nella Divina Commedia dall’immagine della selva «selvaggia e aspra e forte» in cui lui si smarrisce, «amara» poco meno della morte.

Proprio lì, nella selva, il poeta troverà il bene: la guida Virgilio. Anche la circostanza più negativa, anche il peccato più bieco dell’uomo possono essere l’occasione per incontrare la risposta, per scoprire il senso, per essere salvati. Quando si va in profondità delle circostanze, s’incontra quell’«amor che move il sole e l’altre stelle», mentre il male è banale come scrive Anna Arendt nel libro La banalità del male.

All’inizio, però, smarritosi e visto un colle luminoso, ovvero la via del bene, Dante desidera salire senza l’ausilio di nessuno. Il sommo poeta rappresenta tutti noi che vorremmo essere autonomi e poterci salvare senza l’aiuto di altri. Verificherà presto che ciò non è possibile. Solo l’imprevisto incontro con un maestro e guida, Virgilio, gli permetterà di intraprendere un altro viaggio, inaspettato, più lungo e faticoso, che lo porterà a salvezza.

La celeberrima immagine dantesca della selva oscura compare anche nel Canzoniere del Petrarca che ricerca la solitudine come soluzione illusoria per sanare l’amore per Laura non corrisposto.

Spesso Petrarca vuole stare lontano dagli occhi indiscreti di persone che riescano a leggere nei suoi atti l’incendio d’amore che divampa nel suo cuore.

Nei Remedia amoris Ovidio suggerisce di allontanarsi dai luoghi frequentati dalla donna amata in modo da dimenticarla e divincolarsi dalle reti gettate da Amore. Quasi seguendo le indicazioni suggerite dal poeta latino esperto di arte amatoria Petrarca scrive il sonetto Solo et pensoso i piú deserti campi (Rerum vulgarium fragmenta XXXV):

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Il ritmo della prima quartina, la presenza del gerundio, le dittologie sinonimiche («solo et pensoso», «tardi et lenti») sottolineano l’incedere lento e riflessivo del poeta, che misura le terre con il proprio passo, come se stesse confrontando la grandezza da misurare (i campi) con l’unità di misura (il proprio passo). Il poeta, circospetto, si guarda attorno per evitare luoghi che siano calcati da essere umani. Una riflessione, questa, che potrebbe sembrare semplice, familiare, da uomo qualunque. In realtà, con un’abile operazione letteraria (l’uso dell’allusione nel verso «ove vestigio human l’arena stampi») Petrarca eleva la sua condizione a una situazione quasi eroica presentandosi come un novello Bellerofonte, personaggio omerico dell’Iliade che erra solitario. Scrive Petrarca nel Secretum:
Non meno propriamente si poteva dire di te quello che Omero disse di Bellerofonte «il quale errava triste e piangente per stranieri campi, rodendosi il cuore ed evitando le vestigia umane».

Come può Petrarca rifarsi ai versi di un capolavoro della letteratura greca se non conosce il greco, ha solo pochi rudimenti della lingua che certamente non gli consentono di leggere Omero? Il poeta non ha letto l’Iliade in lingua originale, ma conosce bene le Tusculanae disputationes nel terzo libro delle quali (III, 26, 63) Cicerone ripropone la traduzione di versi del VI libro dell’Iliade dedicati all’eroe omerico.

Attraverso l’allusione ai versi omerici dedicati a Bellerofonte Petrarca eleva la sua solitudine ad una dimensione epica e la lotta contro Amore diviene una guerra in cui il poeta è solo a contrastare una forza invincibile.

La seconda quartina è tutta giocata sulla contrapposizione tra esteriorità ed interiorità, tra gli atti spenti e il fuoco che divampa all’interno del cuore così forte che anche gli osservatori potrebbero accorgersi dell’incendio scoppiato.

Nella prima terzina Petrarca descrive il palcoscenico dei suoi vagabondaggi («monti et piagge/ et fiumi et selve»), scenari vaghi e imprecisati, ben distanti dalla scrittura dantesca, così incline al realismo e alla descrizione precisa e icastica:

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

 

I luoghi in cui vorrebbe perdersi Petrarca, che dovrebbero diventare gli unici compagni della confessione silenziosa del poeta, sono invece vaghi e indefiniti, potrebbero essere ovunque:
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’lui

Petrarca allude qui a versi tra i più noti dell’intera Commedia (collocati all’inizio del primo canto dell’Inferno):
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura.

Petrarca vorrebbe trovare la selva oscura di Dante, in modo tale da non incontrare più Amore. Pur di non provare più la sofferenza d’amore, Petrarca sarebbe disposto addirittura a questo.

Se non trova la selva oscura di Dante, Petrarca scopre nella sua vita un altro luogo ove rifugiarsi per scappare dalla propria irrisolutezza e dal peccato: è il mondo della poesia e delle lettere, un porto di salvezza e di refrigerio per il poeta dalle fatiche del vivere; è il luogo della letteratura, degli amici letterati di ogni tempo, del perfezionamento della scrittura attraverso l’armonia della costruzione, il sapiente uso di dittologie, di antitesi, di espedienti stilistici che trasmettano l’equilibrio e la compostezza.

Ma anche questo tentativo di trovar salvezza, pur se nobile, è solo illusorio e Petrarca ne è cosciente. Le lacerazioni sono, infatti, insanabili, o almeno così sembra al poeta. (La nuova bussola quotidiana del 16-5-2021)