Alfred Nobel, inventore della dinamite e mercante d’armi, ebbe l’intuizione di creare il premio che da lui prese il nome quando lesse il suo necrologio su un giornale francese che gli aveva dedicato un articolo credendolo morto. In realtà era morto il fratello Ludwig Nobel (marzo del 1888). Il titolo recitava «Il mercante della morte è morto». Il 27 novembre 1895 Alfred decise allora di redigere un testamento in cui investiva un ingente patrimonio e gli interessi per premi a coloro che, durante l’anno precedente, avessero più contribuito al benessere dell’umanità in cinque differenti ambiti: fisica, chimica, medicina, letteratura e pace.

Alfred Nobel voleva in un certo senso creare un’immagine di sé per i posteri, voleva rimanere nel tempo per qualcosa che riteneva buono. Oggi nessuno più lo ricorda per come trascorse la maggior parte della sua vita, ma per il lascito del Premio Nobel. L’anno dopo, nel 1896, Alfred Nobel morì. I primi premi vennero assegnati nel 1901.

Da allora, ogni anno, salvo poche eccezioni in cui non si tenne, con il Premio Nobel per la letteratura si è consacrato un poeta o romanziere o drammaturgo o saggista di fama mondiale. Certamente, non sono state poche le critiche mosse sull’assegnazione del premio talvolta attribuito (secondo le accuse) più per ragioni politiche o ideologiche che per evidenti meriti artistici. Non ci preme qui approfondire questo aspetto, ma sottolineare come il Premio Nobel rappresenti (almeno in parte) il desiderio di consacrare un valore, un merito e una fama che possano rimanere imperituri nei secoli. Un desiderio che non è proprio solo della nostra epoca.

Nell’antichità latina, in epoca imperiale chi otteneva il premio durante i concorsi quinquennali che si tenevano in diversi ambiti, tra cui la letteratura, otteneva l’incoronazione poetica con foglie di quercia. Stazio fu probabilmente l’ultimo poeta a essere incoronato a Roma, almeno così pensava Petrarca.

Nell’epoca medioevale, dopo più di milleduecento anni, riprese questa prassi. Nel 1315 a Padova venne incoronato con l’alloro lo storico Albertino Mussato. L’uso dell’alloro ricordava la consuetudine di incoronare con l’alloro, pianta sacra ad Apollo, i vincitori dei giochi pitici che si tenevano a Delfi (ove si trovava un santuario dedicato a quel dio): oltre che in competizioni sportive si gareggiava anche in musica e in poesia.

Bramoso di diventare famoso, Petrarca confidò all’amico Dionigi da Borgo San Sepolcro (che gli aveva donato una copia delle Confessioni di sant’Agostino) il desiderio di ottenere l’incoronazione. Anche personaggi legati all’Università di Parigi lo seppero. Quando Dionigi venne chiamato a Napoli, il poeta gli scrisse chiedendogli di favorire la sua incoronazione da parte di re Roberto d’Angiò.

Il primo settembre 1340 giunsero a Petrarca due offerte d’incoronazione poetica: la prima dall’Università di Parigi, la seconda dal Senato romano. Petrarca accettò l’offerta di Roma. A fine febbraio Petrarca arrivò a Napoli per sostare un mese da re Roberto. Spesso i due conversarono di argomenti di cui lo stesso Petrarca riferiva nelle lettere. A causa dell’età il re Roberto non partì per Roma per l’incoronazione, ma delegò Giovanni Barrili a incoronare Petrarca con l’alloro, ma, vittima di un agguato, Barrili non giunse in tempo. Vi partecipò allora un altro personaggio in rappresentanza di re Roberto. Così l’8 aprile avvenne l’incoronazione poetica, l’episodio più spettacolare della vita di Petrarca. In Campidoglio, nella sala d’udienza del palazzo del Senato, dinanzi ad una grande folla di cittadini, indossando il mantello d’onore di re Roberto, Petrarca pronunciò la sua orazione in latino, recitò l’Ave Maria e chiese di essere incoronato. Nell’orazione, dopo aver ringraziato re Roberto e il popolo romano, Petrarca celebrava la bellezza della poesia e spiegava che fin dall’antichità era stato scelto l’alloro per l’incoronazione perché il suo profumo sottolineava la «flagranza della buona fama e della gloria» mentre il suo carattere di pianta sempreverde alludeva all’immortalità che conseguivano i grandi autori e la poesia.

Uno dei due senatori in carica, Orso dell’Anguillara, lesse i privilegi di cui avrebbe goduto Petrarca in seguito all’incoronazione (tra cui il titolo di magister e la facoltà di incoronare lui stesso altri poeti) e a gran voce il popolo rispose: «Sic». Da quel momento Petrarca era divenuto il cittadino privato più famoso in Occidente. Al contempo, la sfarzosa cerimonia rappresentava il tentativo di riportare in auge costumi del mondo antico. Si apriva una nuova epoca: l’umanesimo.

Vent’anni prima dell’incoronazione poetica di Petrarca moriva Dante Alighieri. Era mai stato incoronato poeta il Fiorentino? Nel Paradiso Dante manifestava più volte il desiderio di ottenere la fama presso i posteri: a colloquio con Cacciaguida, proprio nel canto centrale del Paradiso (il XVII) Dante confidava al trisavolo che temeva di perder fama presso coloro che avrebbero chiamato antico il suo tempo, mentre nel canto XXV della terza cantica Dante auspicava di ritornare a Firenze per essere incoronato poeta nel Battistero di San Giovanni. Il ritorno dall’esilio sarebbe avvenuto per Dante grazie ai suoi meriti letterari, non con il contributo di un potente, papa o imperatore che fosse. Il Battistero, luogo del battesimo, dove Dante sarebbe stato incoronato poeta, aveva un profondo valore simbolico: un lavacro, una purificazione, una rinascita della sua vicenda personale, della vita politica, della stessa chiesa, troppo sbandata e lontana dalla purezza antica, nella corruzione dei tempi coevi all’autore e ancor più nell’esilio avignonese.

Per l’incoronazione poetica Dante desiderava non il Campidoglio (simbolo della cultura classica antica), ma una chiesa, la chiesa che era simbolo dell’antica Firenze, non della nuova Firenze nascente, in rapido sviluppo economico e urbanistico.

Ma il Sommo poeta ottenne infine l’incoronazione poetica? E, in caso affermativo, in quale luogo? Nel 1319, Giovanni di Antonio, denominato del Virgilio per la stima che nutriva nei confronti del grande poeta latino, grande estimatore anche di Dante, incontrò il Fiorentino a Ravenna e, pochi mesi più tardi, ritornato a Bologna gli inviò un carme latino in cui lo invitava a scrivere un poema epico di argomento moderno per ottenere quell’incoronazione poetica che Albertino Mussato aveva ricevuto nel 1315. Lo stesso Giovanni del Virgilio avrebbe introdotto Dante nell’ambiente dei dotti dell’Università di Bologna. Dante, poeta che considerava il volgare come la lingua moderna che degnamente aveva sostituito il latino, rifiutò quell’invito. Non compose un poema in latino, ma scrisse un’egloga mostrando di saper comporre nella lingua classica e sostenendo che avrebbe ottenuto l’alloro poetico con la Commedia in volgare.

Giovanni del Virgilio allora rispose a Dante con un’egloga latina invitandolo a Bologna (alleata dei guelfi neri fiorentini) e garantendo che sarebbe stato accolto benevolmente: il Fiorentino avrebbe fatto conoscere il suo poema in volgare e si sarebbe fatto apprezzare dai dotti bolognesi. In risposta Dante scrisse allora un’altra egloga in latino in cui rifiutò di nuovo l’invito; non riuscì a spedire l’egloga a causa della morte. Giovanni del Virgilio la lesse postuma e fece conoscere le due egloghe dantesche nello Studio di Bologna. Petrarca e Boccaccio, le altre due corone fiorentine, ripresero alcuni anni dopo il genere bucolico che avrebbe avuto nuova fortuna nei secoli successivi. Dante morì tra il 13 e il 14 settembre 1321, senza ricevere l’ambita incoronazione poetica.

Petrarca fu incoronato e onorato dai contemporanei, Dante non fu riconosciuto dai dotti (per la sua insistenza a scrivere in volgare) e venne esiliato dai concittadini: quelle di Dante e Petrarca sembrano ad una prima vista due vicende opposte per sorte e riconoscimento ricevuto in vita. Ma fama, riconoscimenti, beneficienze, efficacia del proprio lavoro ed operato non si concludono nei brevi giorni del nostro soggiorno in Terra. La presenza dei due giganti pervade la storia della cultura non solo italiana, ma occidentale, rappresentando due civiltà: quella cristiano-medioevale e quella umanistica.

Petrarca sostiene di non aver provato invidia per alcuno, afferma di non possedere neanche una copia della Commedia. Ma è proprio vero? Il tempo, che è garante e sigillo della verità, ha restituito giustizia a Dante (secondo i famosi versi foscoliani de I sepolcri: «A’ generosi/ Giusta di gloria dispensiera è morte»)? E ancora qual è il debito che la nostra cultura e la nostra civiltà hanno nei confronti dei due poeti? Che cosa rimane ancora oggi, a distanza di settecento anni, della loro opera? Qual è la loro attualità? Si cimentò mai Petrarca su temi e argomenti in chiara competizione con Dante per mostrare di essere migliore di lui anche in volgare? Nel settecentesimo anno della morte di Dante inizia questo nuovo percorso: Dante e Petrarca. Il duello. Un duello tra due giganti della letteratura mondiale, in un certo senso dei precursori e dei profeti. (La nuova bussola quotidiana 10-1-2021)