Il primo Umanesimo che dai grandi trecentisti Petrarca e Boccaccio arriva a piena maturità alla metà del Quattrocento esalta l’uomo, la sua libertà e la sua capacità di essere faber fortunae suae, artefice del proprio destino. Pico della Mirandola nella sua Oratio de hominis dignitate descrive l’uomo come creatura poco inferiore agli angeli, capace da un lato di sprofondare fino agli Inferi, dall’altro di elevarsi fino al Cielo. Pico afferma che Dio ha dato solo all’uomo la facoltà di scegliere la propria condizione, mentre tutte le altre creature sono vincolate nel loro comportamento in maniera deterministica.

 

L’umanista Poggio Bracciolini (1380-1459), che fu segretario dell’antipapa Giovanni XXIII, scrive all’amico Guarino Veronese:

 

O Dio immortale, che cosa può esservi di più piacevole, caro, gradito a te e agli altri uomini dotti che la conoscenza di quelle cose per la cui familiarità diventiamo più colti e, ciò che più conta, più raffinati?

 

Coluccio Salutati affermerà che «merita il Paradiso chi ha ottenuto la fama su questa Terra». Una nuova prospettiva mondana, che non nega l’aldilà e la questione religiosa, ma li sradica dalla vita dell’al di qua e dalla quotidianità, si afferma affrancando l’uomo da Dio e da quell’abbraccio misericordioso così ben descritto nella miniatura di santa Ildegarda di Bingen. L’uomo vitruviano collocato al centro, proporzionato e misurato e al contempo lui stesso misura  dello spazio e della realtà, diventa l’emblema dell’estrema fiducia nella ragione umana come ratio sui et universi, misura di sé e della realtà..

Questa presunzione reggerà, però, per pochi decenni. Ben presto, nella produzione letteraria di Machiavelli e di Guicciardini maturerà la consapevolezza della limitata capacità della virtù umana di fronte alla fortuna. L’intelligenza umana, l’ingegno, il progresso nulla  possono di fronte alla fragilità umana, alle circostanze negative, alle catastrofi naturali. Se Machiavelli attribuirà alla virtù umana una parziale possibilità di contrastare la fortuna attraverso l’uso della prudenza (previdenza), l’altro grande letterato fiorentino del Cinquecento, Guicciardini, che ha ottenuto tanti incarichi importanti e ha rivestito ruoli politici di prim’ordine, mostra una sfiducia totale nella possibilità dell’uomo di contrastare la sorte, paragonata ad «un mare agitato da venti» contro cui nulla si può opporre.