Illuminanti al riguardo sono le bellissime pagine che il filosofo russo V. S. Solov’ëv (1853-1900) dedica al genio italiano:

 

 

I creatori dell’autentica grandezza dell’Italia erano senza dubbio alcuno dei veri patrioti e conferivano un valore grandissimo alla propria patria, ma questa non era da parte loro una vuota pretesa, tale da portare ad esigenze false e immorali: essi realizzavano effettivamente il significato supremo dell’Italia in opere di valore assoluto. Essi non ritenevano conforme a verità e bellezza affermare se stessi e la propria nazionalità, ma si affermavano direttamente nel vero e nel bello; queste opere non erano pregevoli perché glorificavano l’Italia, ma al contrario glorificavano l’Italia perché erano pregevoli in se stesse, pregevoli per tutti.

 

Queste parole rappresentano un auspicio a recuperare il senso di appartenenza alla tradizione e all’humus fecondo da secoli. Da cosa deriva la cultura? Da cosa nasce quella straordinaria fecondità che ha fatto sì che l’Italia generasse da sola la metà di tutto il patrimonio artistico dell’umanità? Lo studio del passato ci testimonia che questa ricchezza è sempre scaturita  dalla consapevolezza di essere preziosi eredi di un bene da altri consegnatoci. La grandezza dei Romani si è tradotta in splendore artistico quando ha innestato gli esiti della cultura greca all’interno della storia e della tradizione romana. L’arte medioevale nasce, a sua volta, dalla certezza di aver incontrato una grande verità da comunicare al mondo intero.

 

Le genti d’Italia […] hanno attraversato i secoli nella certezza di provenire da un Dio, Creatore e Padre; sorrette dalla speranza di una vita eterna, che va meritata nella vita terrena; con l’impegno a tentare di vivere come fratelli (senza riuscirci troppo) e a realizzare questo impegno nelle opere anche sociali di carità (S. Solov’ëv, Opravdanie dobra).

 

L’artista non può partire dal proprio desiderio di grandezza, ma ottiene la fama e la grandezza nella condivisione di un talento personale al servizio di una comunità e della verità. Per questo anche il compito artistico e culturale è un martirio, ovvero una testimonianza, che può tradursi anche in un sacrificio fino a dare la propria vita per gli altri. Questo accade nell’opera teatrale I giganti della montagna, appartenente alla trilogia del mito di Pirandello. La regista Ilse vorrebbe mettere in scena la sua opera di fronte ai giganti, che simboleggiano il potere, la volgarità e la rozzezza imperante nel mondo contemporaneo. Il mago Cotrone non riesce a dissuaderla, paventando il pericolo di vita che lei corre. La previsione di Cotrone si avvererà e Ilse verrà uccisa. Ecco, qui, descritta «la tragedia della Poesia in questo brutale mondo moderno», come Pirandello definisce il testo nella lettera del 19 maggio 1930 all’attrice Marta Abba.



[2] Cfr V. S. Solov’ëv, Opravdanie dobra, cap. XIV, p. 111, citato da G. Biffi, L’unità d’Italia, Cantagalli, Siena 2011, p. 54

[3]Cfr G. Biffi, L’unità d’Italia,  cit., p. 61.