Qui, ci interessa riflettere sul fatto che lo stesso Leopardi fu vittima, fino a venticinque anni, dello stesso abbaglio ideologico, riconoscendo la ragione colpevole della situazione in cui l’uomo è costretto a vivere e attribuendo alla natura l’unica possibilità di vita autentica, piena e perfezionata. È questa la fase del “pessimismo storico”, una delle espressioni più in voga  e utilizzate per esprimere  il primo pensiero di Leopardi. Non credo certo che la terminologia proposta sia efficace ad indicare la complessità della questione della ricerca del Recanatese, in quanto  il pensatore tenta di trovare una risposta alla domanda di felicità dell’uomo e, quindi, si chiede se sia connaturata all’uomo o se l’imperfezione e la conseguente ricerca di compimento siano state indotte dallo sviluppo storico. In questa fase del pensiero di Leopardi il binomio Natura – Ragione presenta un’evidente sproporzione a vantaggio del primo elemento, considerato fonte di ogni beneficio per l’uomo, mentre il secondo termine (che andrà inteso in un senso assai ampio, come incivilimento, progresso, evoluzione storica, acculturazione, erudizione) viene incolpato di aver snaturato l’uomo, di averlo reso artificiale. L’uomo – secondo Leopardi – è come se fosse colpito da una sorta di “entropia da incivilimento”, da una perdita di energia vitale di cui è dotato fin da principio e che perde nel tempo crescendo, con lo sviluppo della ragione, con l’allontanamento da uno stato di natura primigenio e genuino, contraddistinto da un rapporto spontaneo e più vitale con le cose e con la realtà. Col tempo l’uomo si trova a non sapere più vivere, a vivere artificiosamente, a dover imparare quello che un tempo sapeva per natura, a recuperare un rapporto autentico con le cose.

 

Così Leopardi nello Zibaldone: “È cosa indubitata che la civiltà ha introdotto nel genere umano mille spezie di morbi che prima di lei non si conoscevano, né senza lei sarebbero state; … (Vediamo infatti quanto poche e blande sieno le malattie spontanee degli altri animali, massime salvatichi, cioè non corrotti da noi; e similmente de’ selvaggi, e massime de’ più naturali, come i Californii; e che anche quelle degli agricoltori sono molto più poche e rare e men feroci che quelle de’ cittadini). È parimente indubitato che la civiltà rende l’uomo inetto a mille fatiche e sofferenze che egli avrebbe potuto e dovuto tollerare in natura… È indubitato che la civiltà debilita il corpo umano, a cui per natura… si conviene la forza, e il quale, privo di forza, o con minor forza della sua natura, non può essere che imperfettissimo; e ch’ella  rende propria dell’uomo civile la delicatezza rispettiva di corpo, qualità che in natura non è propria né dell’uomo né di veruno altro genere di cose, né dev’esserlo. È indubitato che le generazioni umane peggiorano in quanto al corpo di mano in mano… Da tutte queste e da cento altre cose, da me altrove in diversi luoghi considerate, si fa più che certissimo e si tocca con mano, che i progressi della civiltà portano seco e producono inevitabilmente il successivo deterioramento del suo fisico, deterioramento sempre crescente in proporzione d’essa civiltà. Nei progressi della civiltà, e non in altro, consiste quello che i nostri filosofi, e generalmente tutti, chiamano oggidì […] il perfezionamento dell’uomo e dello spirito umano”.

Il discorso del 17 agosto 1823 prosegue. In estrema sintesi Leopardi non crede che la Natura ci abbia destinati ad un tale tipo di civilizzazione e di perfezionamento che corrisponde ad un deterioramento del nostro corpo. Il 31 ottobre dello stesso anno Leopardi scrive sullo Zibaldone: “L’amore della vita, il piacere delle sensazioni vive […]  è ben consentaneo negli animali. La natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in tutti i modi la vita, e tende in ogni sua operazione alla vita…  E se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto maggiore e più intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa […]. Non vi può esser cosa né fine più naturale, né più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile che l’esistenza e la vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, né amore più naturale, né naturalmente maggiore che quel della vita. (La felicità non è che la perfezione, il compimento e il proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà ne’ diversi generi di cose esistenti. Quindi ell’è in certo modo la vita  o l’esistenza stessa)”.

Tanta produzione leopardiana degli anni tra il 1819 e il 1822 rispecchia questo pensiero, trova la sua scaturigine in questa contrapposizione tra antichi e moderni: i primi virtuosi e capaci di un rapporto più vitale con la realtà, i secondi decaduti e corrotti e indeboliti dall’incivilimento.

Leopardi trova, poi, un conforto al suo pensiero nel confronto che si può instaurare  tra l’universale sviluppo storico e il percorso individuale di crescita. In pratica, come la storia dell’umanità assiste ad un allontanamento dallo stato di natura dei popoli primitivi che diventano civilizzati ed evoluti, ma nel contempo più incapaci a vivere, così  la storia  di ciascuno di noi assiste al distacco dallo stato infantile caratterizzato da un rapporto più vivace ed autentico con la vita per entrare in una fase adulta più dominata dalla ragione, dal pensiero, da un’artificiosità del vivere e, quindi, da una difficoltà ad affrontare in maniera autentica e spontanea la vita. L’adulto si trova, così, a dover apprendere quello che per natura il bambino vive semplicemente per un rapporto più  diretto con la natura.

Nella sostanza questa è la linea argomentativa che contraddistingue il pensiero di Leopardi su ragione e natura fino al 1823/1824. Da quegli anni le riflessioni del Recanatese mutano fino quasi ad opporsi radicalmente alle idee di partenza. Ne parleremo nel prossimo numero.

 (pubblicato su “ClanDestino” 2013)