18 febbraio 2020. ore 20:45

a CASATENOVO, a Villa Farina

PRIMO INCONTRO de IL LATINO SERVE A TUTTI

L’arte del ben parlare, del ben scrivere e del persuadere. All’origine dell’odierna public speaking. Da Cicerone a Quintiliano.

ESIGENZA DI CORSI DI RETORICA

 

Oggi pullulano i corsi di comunicazione e di scrittura, sintomo dell’esigenza sentita e comune di acquisire maggiori competenze nell’eloquio scritto e orale, nell’arte della persuasione e nella chiarezza espositiva. Molti sono convinti che vengano offerte nuove abilità, sconosciute alle altre epoche. In realtà, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, nulla che non sia una semplificazione o una pallida effigie della maestosa madre di tutte le discipline, ovvero la retorica.

 

REM TENE

 

Risale a Catone il Censore il detto «rem tene, verba sequentur», ovvero «possiedi gli argomenti, le parole seguiranno». Se oggi molti studenti non sanno parlare, le ragioni sono da ricercare anche nel fatto che non conoscono bene gli argomenti. Fateli parlare di temi che li appassionano, vedrete come cambieranno la loro sicurezza espositiva, il tono dell’eloquio e la scelta lessicale. Uno dei primi consigli che si offrono ai neofiti nei corsi di scrittura è quello di scegliere soggetti e argomenti ben conosciuti per i propri romanzi e racconti. Il precetto non fa altro che ribadire quanto sostenevano gli antichi retori.

 

COME ERA NATA

 

La disciplina era nata nella polis greca per l’agone politico. Era stata introdotta nella cultura romana per formare l’avvocato o colui che avesse voluto intraprendere il cursus honorum.

 

FINO AL SEICENTO LA MADRE DI TUTTE LE DISCIPLINE

 

Nel Medioevo era una delle discipline cardine del trivio (insieme a grammatica e dialettica). Nel primo Quattrocento era stata alla base della politica: il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati ad esempio aveva una ricca formazione retorica.

Fino al Cinquecento e al Seicento la retorica era alla base della formazione culturale di un politico come Machiavelli (1469-1527) o di uno scienziato come Galilei (1564-1642). L’apprendimento teorico e pratico della retorica nell’antichità o nel Medioevo avveniva durante l’arco d’interi anni, fornendo una preparazione fondamentale per l’esercizio dell’attività politica, giudiziaria, letteraria. Di essa si avvalevano tutti gli studiosi, non solo i poeti e i letterati, ma anche gli storiografi e gli scienziati. Solo così si può comprendere come un’opera politica come Il principe di Machiavelli (1513) o trattati scientifici come Il saggiatore (1623) o Il dialogo sopra i due massimi sistemi (1632) di Galileo Galilei siano a buon diritto diventati due classici della letteratura italiana.

 

SETTECENTO AVVENTO DI UN SAPERE TECNICO SCIENTIDICO. DECADENZA. OGGI ELIMINATA DALLA SCUOLA

 

Solo nei secoli successivi le discipline si sarebbero affrancate dalla grande madre retorica. Oggi giorno un saggio scientifico non è anche un testo letterario, perché non è elaborato secondo le norme dei generi letterari e della classificazione degli stili. Seguirà evidentemente le norme della correttezza linguistica e della precisione e scientificità del lessico, ma in nessuna antologia letteraria compariranno, però, libri storici o scientifici contemporanei.

Se fino al Seicento si assisteva al dominio incontrastato della retorica, propedeutica ad ogni sapere, oggi al contrario si assiste alla trasformazione in scienza di ogni disciplina. Ne sono prova le espressioni «scienze umane», «scienze religiose», «scienze letterarie», «scienze filosofiche», «scienze della comunicazione». Non sorprende qui tanto la richiesta che ogni disciplina abbia un suo statuto ontologico e una sua serietà di studio, quanto la presunzione che discipline che sono sempre state separate dalla scienza, perché hanno un metodo differente, debbano oggi acquisire le stesse procedure di analisi tipiche dell’ambito scientifico. Il trionfo dell’Illuminismo che ha esteso le sue ramificazioni fino al Positivismo ottocentesco e al Neopositivismo del secolo scorso ha ridotto la complessità dell’uomo e della realtà, sottovalutando o addirittura cassando quelle numerose facoltà umane che non sono contemplate sotto l’etichetta di «scientifico».

 

TRIVIO E QUADRIVIO.

 

Un tempo, le arti liberali, cioè le discipline degne di un uomo libero, contrapposte alle arti meccaniche, si componevano del trivio e del quadrivio. Il trivio, dedicato alle discipline umanistiche, era costituito da grammatica (cioè il latino), retorica e dialettica.

 

LE CINQUE FASI DELLA RETORICA

 

Nella scuola di un tempo per anni si apprendevano le cinque fasi della retorica, l’inventio, la dispositio, l’elocutio, la memoria e l’actio, fasi che ancor oggi noi possiamo apprendere attraverso la lettura del De oratore di Cicerone o dell’Institutio oratoria di Quintiliano o del più recente Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli.

Ma nel percorso di studio odierno obbligatorio fino a diciotto anni (tredici anni per chi termina una scuola superiore) chi ha studiato retorica? Molti ragazzi non avranno nemmeno sentito nominare il nome delle sue fasi. E ancora, ci chiediamo: chi studia retorica all’università, anche nei corsi di laurea di Lettere?

La retorica è l’arte del ben parlare, del ben scrivere, del persuadere. Si compone di cinque fasi.

L’inventio insegna a recuperare gli esempi, le immagini, le storie, le prove più convincenti per sostenere una determinata tesi o per argomentare una questione posta.

Nella dispositio si impara a strutturare il discorso in modo che sia persuasivo. Così, il discorso si comporrà di un esordio, di una narrazione, di un’argomentazione della tesi propria e della confutazione dell’altrui, infine della perorazione in cui il retore dovrà assicurarsi il favore e l’appoggio del pubblico.

Solo dopo queste prime due fasi preliminari, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, dalla correttezza (puritas) alla chiarezza espositiva (perspicuitas) alla bellezza del dettato (ornatus) attraverso l’uso delle figure retoriche, l’eleganza lessicale (elegantia), il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Questa terza parte della retorica che insegna a scrivere è chiamata elocutio.

Chiunque insegni o svolga attività in cui è centrale il rapporto con un uditorio sa bene quanto sia incisiva l’esposizione degli argomenti senza consultare appunti o libri. Chi parla deve possedere una memoria che gli permetta di esporre senza far riferimento al testo scritto o alla scaletta. Nella parte chiamata memoria il retore apprende le tecniche di mnemonica in modo da poter argomentare con sicurezza e per ore la propria tesi.

La fase conclusiva dello studio retorico comprende l’actio, in cui si apprende la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la postura corretta per tenere la scena di fronte all’uditorio.

Ma che cosa è rimasto dello studio della retorica a scuola? Lo vedremo la prossima volta.

 

CHE COSA E’ RIMASTO OGGI A SCUOLA DELL’ANTICA RETORICA

 

Oggi, nella scuola, la retorica è spesso ridotta allo studio delle figure retoriche, a quella che è una componente dell’elocutio, ovvero l’ornatus, un solo pezzo di quel gigantesco puzzle che è la disciplina. Chi studia le tecniche di mnemonica a scuola? Non solo non si studiano, ma sempre più si ritiene inutile far apprendere a memoria poesie e versi. Lo studente si iscriverà più tardi ad uno dei tanti corsi che promettono di far acquisire memorie prodigiose. Chiunque insegni o svolga attività in cui è centrale il rapporto con un uditorio sa bene quanto sia incisiva l’esposizione degli argomenti senza consultare appunti o libri. Chi parla deve possedere una memoria che gli permetta di esporre senza far riferimento al testo scritto o alla scaletta.

Tra le discipline di un Liceo attuale è contemplato l’italiano inteso, per lo più, come storia della letteratura al triennio. Al biennio lo studente affronta la teoria della comunicazione, i testi letterari (dalla novella alla poesia), si crea un’infarinatura di figure retoriche da ritrovare in una poesia. Questo accade nei migliori dei casi. Il ragazzo si chiederà, allora, quale sia il fine del rintracciare le figure retoriche in un testo poetico. Gli apparirà come un gioco più o meno piacevole o gli sembrerà un’assoluta perdita di tempo, senza senso e alcuna utilità.

Ma, mi chiedo io, se il ragazzo fosse posto di fronte all’evidenza che l’uso della retorica e la facoltà di persuasione sono fondamentali nella quotidianità, vengono utilizzate in modo consapevole o inconsapevole, se lo studente avvertisse il fascino di saper parlare e scrivere bene, forse non percepirebbe come insostituibile lo studio della disciplina retorica a scuola?

La retorica non coincide con l’italiano del biennio o con la storia letteraria del triennio, non può neanche essere affrontato in maniera ridotta e parziale all’interno di queste discipline. Dovrebbe essere introdotta come disciplina a sé stante.

Intendiamoci, però. Concordiamo con il massimo retore latino di tutti i tempi, ovvero Cicerone. La retorica, pur se studiata a sé, non è svincolata dagli altri saperi. Il buon retore deve avere una salda cultura, la più ampia possibile, deve amare la saggezza e la verità. Altrimenti potrebbe avvalersi delle sue abilità suasorie per fini cattivi. Cicerone era ben consapevole della veridicità del detto attribuito a Catone il Censore «rem tene, verba sequentur», (ovvero «conosci gli argomenti, le parole seguiranno»). Non è possibile separare, come sostiene la prassi pedagogica contemporanea, la competenza dalla cultura. Il saper fare viene acquisito attraverso l’apprendimento di un sapere. Ancora una volta, la contemporaneità fa rima con specializzazione e separazione.

Un tempo non c’era la parcellizzazione del sapere, ma un particolare come le figure retoriche (l’ornatus) era collegato al senso più complessivo del saper ben parlare e ben scrivere, cioè saper colorire l’espressione. La cultura di un tempo sapeva tenere assieme il dettaglio con il suo significato e la sua funzione. Oggi la specializzazione e la settorializzazione degli studi rischiano di perdere di vista il disegno più complessivo.

 

RETORICA E LOGICA DIFFERENZE

 

Per verificare se quanto affermato fin qui abbia un fondamento facciamo un piccolo sondaggio. Chiediamo ad alcuni ragazzi del triennio che cosa sia la retorica e che cosa sia la logica. Chiediamo loro dove e in quali discipline a scuola vengano applicate logica e retorica. Infine, chiediamo loro quale sia la differenza tra «persuadere» e «convincere». L’esito del sondaggio ci direbbe che la maggior parte degli studenti di un Liceo non sa esattamente cosa siano logica e retorica.

Ma allora, come può un ragazzo scrivere e parlare bene se non conosce le due discipline che sono alla base di un discorso consequenziale, logico e ben scritto?

La logica ha come fine «convincere». «Convincere» significa dimostrare una tesi partendo da dati, ipotesi di partenza considerate veritiere, utilizzando passaggi che siano consequenziali e strettamente vincolati tra loro (il verbo latino «vincio» ha il valore di «avvinghiare», «tenere legato»). Se sono veritieri i dati di partenza, anche il discorso sviluppato con logica avrà i caratteri della veridicità.

La retorica, invece, ha come fine la persuasione, che non è di necessità collegata alla verità e alla bontà del contenuto. Si può persuadere qualcuno anche a compiere crimini efferati.

Alla base della logica e della retorica deve esserci l’arte del pensare e del ragionare. Ma la scuola educa davvero a pensare e a ragionare?

Ritengo giusto dirlo, non come provocazione, ma perché ne sono profondamente convinto: propongo al prossimo Ministro della Pubblica istruzione di riformare la scuola ritornando alla vera formazione e alla cultura. Ritorniamo ad una scuola seria, che formi, che dia cultura, che educhi! Invece di continuare a togliere ore all’italiano, al latino, alla storia nella convinzione che gli studenti italiani non conoscano la matematica e la fisica per il numero limitato di ore (è un’ingenuità pensarlo, le ragioni sono ben diverse e più complesse), si dovrebbe introdurre nuovamente la disciplina della retorica in qualsiasi scuola superiore e anche all’università.

Non è una disciplina nuova, ma una delle più antiche, che è stata eliminata dal percorso di studio e non comprendo quali siano le ragioni.

Tutti gli insegnanti (senza distinzione di disciplina), in qualsiasi ordine di scuola, dovrebbero avere competenze retoriche e non soltanto specifiche inerenti la loro materia. Forse sono secondarie la capacità comunicativa e la chiarezza espositiva nell’insegnamento?

La retorica non può essere sostituita dalla storia letteraria del triennio né tantomeno dall’abbuffato quanto indigesto studio dei generi letterari del biennio che spesso sgretola le opere e le utilizza per far acquisire competenze, ma spesso crea disaffezione nei ragazzi per la letteratura e l’arte.