Questo tipo di lettura si applica non solo al rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma si estende anche a personaggi vissuti nell’età cristiana.

 

Così S. Francesco viene da Dante delineato come figura Christi, figura di Cristo, rappresentazione luminosa di Cristo in Terra. Siamo nel canto XI del Paradiso. Dante così lo presenta:

 

Non era ancor molto lontan da l’orto,

ch’el cominciò a far sentir la terra

de la sua gran virtù alcun conforto:

ché per tal donna, giovinetto, in guerra

del padre corse, a cui, come a la morte,

la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte

et coram patre le si fece unito;

poscia di dì in dì l’amo più forte.

Questa, privata del primo marito,

millecent’anni e più dispetta e scura

fino a costui si stette sanza invito.

S. Francesco è, qui, descritto con un linguaggio ibrido, a metà strada tra il codice cavalleresco-cortese e il registro erotico-carnale.

Il primo aspetto che, senz’altro, accomuna il Santo a Cristo è il fatto che entrambi si sono sposati con la stessa donna, Madonna povertà, disprezzata e reietta da tutti.

S. Francesco, proprio perché si rende imitatore della Bellezza incarnata, brilla dello splendore del Bello e conquista affascinando tutti coloro che incontra. È il fascino dell’amore, della letizia, della positività, del bene. Sentiamo ancora Dante per capire l’opera del Santo:

 

La lor concordia e i lor lieti sembianti,

amore e maraviglia e dolce sguardo

facieno esser cagion di pensier santi:

tanto che ‘l venerabile Bernardo

si scalzò primo, e dietro a tanta pace

corse e, correndo, li parve esser tardo.

 

Poi, Dante afferma che il Santo d’Assisi ha ricevuto tre conferme. La sua Regola è, infatti, dapprima approvata oralmente da parte di  Innocenzo III nel 1213. Il figlio di Pietro di Bernardone

 

[…] regalmente sua dura intenzione

ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe

primo sigillo a sua religione.

Dieci anni più tardi, nel 1223, Onorio III approverà la regola francescana per iscritto così che

 

di seconda corona redimita

fu per Onorio da l’Etterno Spiro

la santa voglia d’esto archimandrita.

 

Infine, Dante scrive che S. Francesco, tornato in Italia dopo essere stato dal sultano,

 

nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l’ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno.

A questo punto S. Francesco è divenuto del tutto simile a Cristo in croce e a testimonianza di ciò porterà le stigmate fino alla morte. La rappresentazione del Santo viene, però, condotta da Dante nel rispetto del realismo e della storicità del personaggio. Ecco chiarita meglio la natura della «figura».

Tutti noi, secondo tale impostazione, siamo «figura» ovvero profezia di quello che saremo, poi, nell’Aldilà, prefigurazione dello status animae post mortem, cioè della condizione della nostra anima dopo la morte.