Negli anni in cui va di moda l’intellettuale engagé, specialmente di sinistra, sia in Europa (si pensi a Camus o a Sartre) che in Italia (basti citare Moravia), Calvino è iscritto al Partito comunista. In seguito ai gravi fatti di Budapest (1956), il 7 agosto 1957 Calvino si dimette dal PCI scrivendo:

«Cari compagni, devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa di dimettermi dal partito […]. Credo che nel momento presente quel particolare tipo di partecipazione alla vita democratica che può dare uno scrittore e un uomo d’opinione non direttamente impegnato nell’attività politica sia più efficace fuori dal Partito che dentro».

Proprio in quegli anni è accaduto qualcosa che ha toccato profondamente la sua persona. Nel 1953, anno di elezioni politiche, Calvino è segretario di seggio al Cottolengo, come racconta in un romanzo datato 1963, non certo tra i più noti e pubblicizzati dello scrittore: La giornata di uno scrutatore. Così Calvino racconta la genesi dell’opera:

«Posso dire che, per scrivere una cosa così breve, ci ho messo dieci anni, più di quanto avessi impiegato per ogni altro mio lavoro. […] Ero candidato del Partito Comunista […]. Così assistetti a una discussione in un seggio elettorale del Cottolengo tra democristiani e comunisti sul tipo di quella che è al centro del mio racconto (anzi, uguale, almeno in alcune battute). E fu lì che mi venne l’idea del racconto, anzi il suo disegno ideale era già allora quasi compiuto come l’ho scritto adesso: la storia d’uno scrutatore comunista che si trova lì, ecc. Provai a scriverlo, ma non ci riuscivo. Al Cottolengo ero stato pochi minuti appena […]. L’occasione di farmi nominare scrutatore al Cottolengo mi si presentò con le amministrative del ’61».

Il razionalista Calvino, che è abituato a diffidare dei sentimenti, diviene un critico implacabile dei limiti della ragione, mettendo a nudo le contraddizioni della razionalità assoluta, ponendo «in risalto la precarietà di ogni codice etico legato a presupposti astratti, rivela apertamente quanto sia profondo il senso di vertigine da cui è attanagliato dinanzi ai misteri dell’universo» (Claudio Milanini).

Al Cottolengo, Calvino «si trova davanti ad una realtà razionalmente irredimibile, che può essere affrontata solo nei termini dell’amore e della carità» (Elio Gioanola).

Davvero encomiabile è la libertà con cui l’autore si confronta con la realtà in cui si imbatte, scevro di pregiudizi ideologici o, sarebbe più corretto dire, liberandosi gradualmente di essi. La stessa libertà è richiesta al lettore che si avventuri nella scoperta che ha fatto lo scrittore. Rare volte come in quest’opera l’avventura della lettura si traduce nella scoperta dell’incommensurabilità del reale e dell’umano.

Il protagonista del romanzo è Amerigo Ormea, sotto le cui vesti si cela lo scrittore Calvino: intellettuale, pessimista e un poco cinico che si sente adulto, come chi sa e conosce già e non ha, quindi, tempo per lasciarsi sorprendere.

Iscritto al Partito comunista, considerato «elemento preparato e di buon senso», ora viene fatto scrutatore proprio in un seggio di un grande istituto religioso, il Cottolengo, chiamato anche “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, un enorme ospizio, una città nella città, fondata tra il 1832 e il 1842 da un prete (san Giuseppe Cottolengo) per accogliere i minorati e i deformi, quelle creature nascoste «che non si permette a nessuno di vedere». Amerigo si reca al Cottolengo quasi investito del compito di verificare le truffe, scoprire i brogli e le prevaricazioni che avvengono in quell’istituzione a vantaggio del Partito democristiano.

Al seggio Amerigo si sorprende nel vedere insieme i credenti dell’ordine divino e i compagni suoi «ben coscienti dell’inganno borghese di tutta la baracca». Lì, lo scrutatore vede sfilare un’Italia nascosta: corpi deformi, che sono «il rischio d’uno sbaglio che la materia di cui è fatta la specie umana corre ogni volta che si riproduce».

Di fronte a quei poveretti Amerigo scopre di essere al fondo antidemocratico, proprio lui che credeva di essere democratico. La sua certezza di essere cresciuto con valori incrollabili comincia a vacillare. Inizia a sorgere una domanda: come può il suo voto di uomo intelligente e cosciente valere come quello di persone lontane dal mondo, dalla democrazia, dal sistema?

Il credo illuministico ha posto l’uomo come protagonista unico ed esclusivo della storia, chiamato a sostituire Dio, quel Dio che è fatto soltanto per gli indifesi, per i deboli, per i poveri, per chi non può che appellarsi a Lui.

Al Cottolengo è, però, evidente come l’idea di perfezione dell’uomo sia ben lungi dal possedere un benché minimo attestato di attendibilità, perché la carne di Adamo appare «misera e infetta». Amerigo intuisce che lì, pur sempre, Dio può salvare con la grazia quella carne limitata e la storia sembra essere restituita nelle mani di Dio. Per caso il comunismo ha restituito la vista ai ciechi o fatto camminare gli zoppi? Lì, in qualche modo, ciò avviene! Queste intuizioni non scansano del tutto l’uomo vecchio: l’Amerigo che ha studiato, l’uomo di partito, l’intellettuale cinico.

Eppure, l’inizio di qualche cosa di sorprendentemente nuovo si fa strada nel suo animo. Ad un certo punto accade qualcosa. Osservando le carte d’identità delle monache, Amerigo si rende conto di una diversità del loro sguardo.

«Le monache […] posavano di fronte all’obiettivo, come se il volto non appartenesse più a loro, e a quel modo riuscivano perfette […]. La fotografia registrava quest’immediatezza e pace interiore e beatitudine. È segno che una beatitudine esiste? […] E, se esiste, allora va perseguita? Va perseguita a scapito d’altre cose, d’altri valori, per essere come loro, le monache?»

In maniera ancor più sorprendente Ormea si accorge che gli idioti completi nelle loro carte di identità appaiono felici. Inizia così a prendere coscienza che in lui la pretesa di essere giusto, di perseguire buoni principi e valori inappellabili ha da tempo sostituito il desiderio di essere felice e ha, per così dire, offuscato il suo animo, lo ha reso triste e insensibile.

Perché, invece, quelle persone hanno un volto felice? Per il fatto che loro sanno a chi essere grati. Amerigo chiede loro: «Gratitudine a chi?».  Il presidente di seggio risponde: «A Dio nostro Signore e basta». Un uomo deformato del Cottolengo, orgoglioso delle proprie capacità e consapevole del proprio debito di gratitudine, attesta con gioia:

«Io so fare tutti i lavori da me […]. Sono le suore che mi hanno insegnato. Qui al Cottolengo facciamo tutti i lavori da noi. Le officine e tutto. Siamo come una città. Io ho sempre vissuto dentro il Cottolengo. Non ci manca niente. Le suore non ci fanno mancare niente. Grazie alle suore sono riuscito a imparare. Io senza le suore che mi aiutavano sarei niente. Ora io posso fare tutto. Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno».

L’uomo vale nella consapevolezza della sua dipendenza e nella tensione del suo sguardo verso l’Ideale. Il Cottolengo diventa la prova e insieme la smentita dell’inutilità del fare, la conferma della vanità del tutto e insieme dell’importanza di ogni azione compiuta da ognuno, una potente testimonianza contro l’ambizione delle forze umane. In quel luogo, ad Amerigo appare chiaro come ogni forma dell’agire umano si modelli sulla preghiera, ogni opera che si compia abbia

«solo il significato di variante dell’unica attitudine possibile: la preghiera, ossia il farsi parte di Dio, ossia […] l’accettare la pochezza umana, il rimettere la propria negatività nel conto di una totalità in cui tutte le perdite si annullano».

Di fronte alla realtà del Cottolengo, Amerigo si scorda del motivo per cui si trova lì (verificare la correttezza delle votazioni). Ora gli interessa solo indagare il confine dell’umano: quando un essere umano può dirsi ancora tale? Di fronte alla tristezza attonita di un uomo dalla testa smisurata, Amerigo comprende che l’io è esigenza di felicità, anche se insoddisfatta.

Dinanzi alla letizia e alla carità di una suora, una scrutatrice esclama: «Lei è una santa». A quel punto Amerigo riconosce che

«vivere come lei, per uno scopo universale (un ideale), sarebbe stato più naturale che vivere per qualsiasi scopo particolare e sarebbe stato possibile ad ognuno esprimere se stesso, la propria carica sepolta, segreta, individuale, nelle proprie funzioni sociali, nel proprio rapporto con il bene comune».

Nel perseguire l’ideale l’io si compie, nell’aderire ad una ideologia l’uomo sfiorisce e si intristisce. La suora ha scelto con un atto di libertà, ha identificato

«tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera […]. Questo modo d’essere è l’amore […]. L’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo».

Nell’incontro con la suora e con la realtà del Cottolengo, Amerigo capisce meglio sé e i suoi rapporti; in lui inizia a svilupparsi un’intelligenza maggiore. Il rapporto con la fidanzata, Lia, tenuta all’oscuro di tutto, della sua passione politica come delle ragioni del suo impegno sociale, è in realtà inautentico e falso, basato su una scontata monotonia, tanto che Amerigo non si è neppure sorpreso neppure alla notizia che la sua fidanzata è in dolce attesa.

Ora, ad Amerigo sembra tutto chiaro: «per lo spazio di un secondo (cioè per sempre) gli sembra di aver capito». Quel secondo in cui lui ha compreso può valere un’eternità: per sempre. Ora Amerigo vuole spiegare tutto a Lia.

Così, di fronte all’incontro Amerigo deve fare una scelta, deve lottare con se stesso, con l’uomo vecchio, pieno della sua boria e presunzione, che si è costruito un sistema e un progetto di vita degno. Deve decidere se rimanere ancorato a quest’uomo vecchio o seguire la bellezza incontrata. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 24-5-2020)