Occorre pazienza: il tempo concesso alla grazia di Dio per agire in noi. Il secondo libro di Antonio Socci dedicato a Caterina, Lettera a mia figlia (Rizzoli, 2013).

 

«Non conta quanti malati guarisci» diceva Madre Teresa di Calcutta «ma la testimonianza che dai: vedono che c’è qualcuno che si prende cura di loro ed è questo che conta». Abbiamo tutti bisogno di testimoni e di testimonianze per sostenere la nostra speranza. Una di queste è quella che offre Antonio Socci nei due libri che ha scritto sulla vicenda che ha coinvolto la figlia Caterina raccontata nel primo libro omonimo e ora, di nuovo, nel secondo Lettera a mia figlia (Rizzoli, febbraio 2013). La sua esperienza è stata di conforto e aiuto per molti come raccontano le numerose lettere che gli sono pervenute. Eccone una tra le tante: «Con il tuo primo libro ho capito che anche gli eventi dolorosi hanno senso, fanno parte di un disegno divino non contro l’uomo, ma per il riscatto dell’uomo stesso, che l’amore può vincere il dolore, che come Cristo si è fatto inchiodare sulla croce per amore nostro e per salvarci, così noi dobbiamo avere la forza e il coraggio di portare la nostra croce, con la fede e la speranza che tutto non sarà vano».