Nel 1300, anno del Giubileo, all’età di trentacinque anni, Dante si trova a metà della sua vita («in dimidio dierum meorum» si legge nel Libro di Isaia). Ha raggiunto tutti gli obiettivi, si è sposato, ha avuto dei figli, ha già ottenuto una prima fama letteraria, sta facendo carriera politica tanto che otterrà in pochi mesi il priorato di giustizia. Eppure, tutte queste gratificazioni non gli bastano, non lo rendono felice. Senza sapere neppure in che modo il Dante entra in una crisi profonda.

Ma proprio in quella selva «selvaggia e aspra e forte» Dante trova il bene. In maniera geniale («per trattar del ben ch’i’ vi trovai») lo scrittore riflette sul fatto che anche la circostanza più negativa, anche il peccato più bieco dell’uomo sono l’occasione per incontrare la risposta, per scoprire il senso, per essere salvati. Se una persona va in profondità delle circostanze incontra quell’«amor che move il sole e l’altre stelle», mentre il male è banale come scrive Anna Arendt nel libro La banalità del male. La condizione di perdita di senso, di crisi in cui vive Dante è così amara che è molto simile alla morte.

Tutti noi nella vita, come Dante all’inizio della cantica dell’Inferno, abbiamo pensato di poter fare a meno di un maestro, vorremmo contare solo sulle nostre forze e sulle nostre energie e salire da soli quel «colle luminoso» che vediamo davanti a noi, che rappresenta la via buona, la verità. Ciascuno di noi ha una ragione che gli permette di distinguere il bene dal male («lume a bene e a male» dirà Dante nel canto XVI del Purgatorio) e, nel contempo, ha quel peccato originale che lo porta a voler essere autonomo. Dante inizia, così, a salire da solo. Ma cosa accade? Dante si trova di fronte a degli ostacoli che lo risospingono nella selva.