Siamo giunti al cerchio degli avari e dei prodighi: i primi hanno trattenuto i soldi senza spenderli anche quando ve n’era necessità, i secondi li hanno sperperato in divertimenti, piaceri o in altre attività, magari anche raffinate e nobili. Il peccato è solo apparentemente contrario, perché sia gli avari che i prodighi hanno idolatrato il denaro, ovvero l’hanno trattato come bene assoluto, non come mezzo che l’uomo ha a disposizione.

La fatica nell’accumulare i soldi è inutile e assurda, come la pena che è stata comminata a queste anime (contrappasso per analogia): spingono un macigno così pesante che sembra che lo spostino «a forza di poppa», cioè con la forza del petto. Il richiamo è chiaramente al mito di Sisifo, condannato a sospingere invano un masso su una montagna per poi vederlo cadere a valle. Allora, ritornando alla base e ripartendo nell’inane fatica, Sisifo vedeva in eterno profondere sudore in maniera inutile e assurda. Lo stesso accade a chi vive idolatrando il denaro senza utilizzarlo in maniera corretta, accantonandolo o sperperandolo, come se in esso potesse risiedere il segreto della vita e della felicità.