È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni. La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno d’ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce le ridiano, l’anima e la vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine?

 

Ad un certo punto Serafino Gubbio sta filmando una scena all’interno della gabbia di una tigre. Aldo Nuti, innamorato dell’attrice russa Nestoroff, dovrebbe sparare alla belva per difendere la donna. Tutto è previsto dalla sceneggiatura. Ma Nuti rinnega il copione e, per vendicarsi della mancata corrispondenza amorosa, uccide la donna, al posto della tigre che, poi, lo sbranerà. In maniera impassibile, come succube della cinepresa, Serafino riprenderà tutta la scena, senza intervenire e, colpito da afasia, rinuncerà per sempre alla vita, ad amare, a comunicare, a rivelare la propria interiorità. Film e vita finiscono per coincidere. La vita è stata data in pasto alla macchina. Quella scena atroce, strappata alla vita e immortalata nel cinema, susciterà la morbosa curiosità del pubblico e conquisterà incassi straordinari. Una volta ancora, il genio di Pirandello ha profetizzato i futuri scenari del mondo cinematografico e televisivo: quella realtà che diventa fiction oppure reality, in cui solo all’apparenza tutto è naturale, ma in realtà tutto è manovrato secondo una regia. L’uomo divenuto automa mette in scena se stesso, fingendo di non fingere, nel gergo di Machiavelli «dissimulando». Serafino Gubbio concluderà i suoi quaderni scrivendo:

 

Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così- solo, muto e impassibile- a far l’operatore. La scena è pronta?

-Attenti, si gira…

 

Serafino rappresenta l’iperbolica amplificazione delle difficoltà di comunicazione autentica che caratterizzano l’essere umano. La perdita della parola è, in un certo senso, il rischio che corre un uomo che sempre più utilizza degli strumenti di comunicazione che non hanno lo stesso calore della viva parola. Quando l’uomo dimentica che i mezzi sono solo modalità di comunicazioni utili in talune circostanze, li trasforma nella propria voce. Si perde l’integralità della comunicazione, che è affidata a sguardi, a gesti, a toni di voce, all’affetto, e permane solo il messaggio o, meglio, il presunto fine del messaggio. Diventano, così, importanti non tanto l’intensità e la profondità della comunicazione, ma la sua rapidità e la sua frequenza. Sono, forse, così più facilmente comprensibili alcuni scenari comunicativi del terzo millennio.