In Corpo d’amore la Merini parla dell’incontro con Gesù: «Mi ha sorpreso,/ enormemente sorpreso/ che da una riva all’altra/ di disperazione e passione/ ci fosse un uomo chiamato Gesù». La scrittrice racconta al lettore, anche a colui che non crede, che Gesù l’ha «fatta fiorire e morire/ un’infinità di volte» e «che si preannuncia sempre/ con una grande frescura in tutte le membra/ come se tu ricominciassi a vivere/ e vedessi il mondo per la prima volta». Il Signore «ti cerca per ogni dove/ anche quando tu ti nascondi/ per non farti vedere». Gesù è la più grande rivoluzione che ci sia mai stata o, se usiamo le parole della Merini, «la più grande catastrofe», che ha modificato la civiltà e l’umanità stessa, il modo stesso di «guardarsi negli occhi» e di «porsi delle domande». «Fu scoperto il pensiero, l’uomo scoprì che il suo simile aveva il pensiero, che poteva leggere nel suo pensiero».

Si alternano nella raccolta versi e prosa, come nel prosimetro la Vita nova, l’opera in cui Dante racconta della sua vita rinnovata dall’incontro con Beatrice, che è per lui l’incontro con Cristo. L’uomo è destinato all’eternità, nonostante cerchi di negarlo in ogni modo, ed è destinato ad essere profeta, cioè uomo di Dio. Nell’amore passa questo incontro dell’uomo con l’eterno. Per questo ciò che più occorre all’uomo è l’amore: «Coloro che salvano gli ammalati non sanno che sono malati d’amore, e che basterebbe poco a farli fiorire: un bacio, il canto di una primavera, un fiore mandato al momento giusto, […] una lettera, un abbandono, un momento che duri un’eternità». La memoria della poetessa torna all’infanzia quand’era «bambina assetata di Dio» e alla madre che le presentava i fiori di pesco dicendole: «Questa è l’immagine/ del Signore,/ una fioritura continua,/ una fioritura primaverile,/ un mandorlo in fiore». La Merini anela in ogni momento alla bellezza che «non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori». Per questo lei sta «lì in un angolo di strada» e aspetta che Gesù passi. Come si può incontrare ancora Gesù, oggi come duemila anni fa? La poetessa risponde rivolgendosi direttamente a Lui: «Basta vedere qualcosa/ che reca la tua impronta./ E noi siamo pieni delle tue impronte,/ come se tu fossi passato in ogni casa/ a lasciare segni visibili/ del tuo potere».

Di San Bernardo è il motto Ad Jesum per Mariam. La raccolta Magnificat racconta dell’incontro della poetessa con Maria. Maria è per tutti un esempio. «Il cammino di Maria è l’inverso di quello della maternità, ma è quello giusto. Mentre la donna quando genera ospita il figlio e diventa il suo sacramento di carne, Cristo fece diventare figlia sua madre e la ripartorì nel dolore». Esente dal peccato originale, Maria non fu, invece, immune al dolore. La Merini rilegge le paure che una ragazza di quattordici o quindici anni ha vissuto di fronte all’annuncio dell’angelo, di fronte all’incombenza di dover raccontare tutto a Giuseppe, alla possibilità che lui non le creda: «Ma a Giuseppe/ cosa dirò?/[…] Cosa dirò?/ Che Tu prima di lui/ hai visto la mia solitudine/ e ne hai fatto un corpo?/ Cosa dirò a Giuseppe mio sposo?/ Dirò che l’ho ingannato?/ Dirò che l’ho tradito con te? Ma come si può tradire un uomo/ con un’essenza divina?/ Cosa dirò a Giuseppe, Signore?». Maria è qui guardata come esempio di chi non elude le domande e i propri dubbi. C’è tutta la sua umanità di ragazza che si deve sposare, che è vergine, ma nonostante questo deve rivelare al futuro marito che aspetta un figlio. Un paradosso per chiunque, come un paradosso è la buona novella, l’annuncio del Verbo incarnato. Il suo dubbio si fa paura di morire: «Se Giuseppe mi abbandonasse/ io scenderò in un campo/ per la lapidazione». Il calore dell’invocazione dantesca del canto XXXIII del Paradiso sembra percorrere tutta la raccolta del Magnificat. Maria è figlia e madre. «La sua verginità era così materna che tutti figli del mondo avrebbero voluto confluire nelle sue braccia […]. Era silenzio, preghiera e voce […]. Era così ombra e luce».

Nel Poema della croce si rivisita il dramma dell’umanità del Cristo. Gesù ha patito con noi e per noi, ha portato tutti i nostri peccati sulla croce, ma prima ha pianto per il nostro male nell’orto del Getsemani. Che cos’è l’uomo, «questo commento universale/ agli attacchi dell’amore divino?/ Ogni volta che nasce un uomo/ Dio è attaccato dal suo amore». L’uomo vorrebbe compiere il bene, ma commette il male: «Mentre vorremmo gridare «ti amo»,/ stranamente esce da noi/ un sibilo profondo/ che dice le parole supreme e distorte «io ti odio»».

Nel Cantico dei vangeli sono riletti alcuni momenti salienti della vita di Gesù attraverso figure che lo hanno incontrato o accompagnato, Maria Maddalena, Pilato, Pietro, … Nel dramma di Pietro che riconosce il suo tradimento, la paura di morire e la viltà rivediamo tutta la nostra pochezza, ma anche il nostro stupore per la testimonianza di come lui ha affrontato la morte: «Perché nudo come un delinquente/ rimanevi così puro?/ Lasciami andare, Signore,/ lasciami scappare,/ […] ma rimarrò sempre/ il tuo migliore amico».

Nella figura di san Francesco, da cui deriva il titolo l’ultima raccolta di Mistica d’amore, la Merini vede «un affamato di Dio» e della beatitudine, di quella beatitudine che noi conosciamo, ma che, nel contempo, temiamo, perché dovremmo rinunciare alla nostra ricchezza, al possesso di noi per scoprire la vera vita: «come un bambino che scopre la vita per la prima volta».

Tutto dipende da Dio, tutto deriva da Lui. Il talento artistico è in fondo l’espressione di una riconoscenza e di una gratitudine. A quanti le chiedano come si faccia a scrivere un libro, la Merini risponde: «Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore […]. Così nascono i libri, così nascono i poeti». (pubblicato su la bussola quotidiana del 10-3-2012)