Pochi mesi più tardi della lettera a Jacopssen, nel canto «Alla sua donna» scritto nel settembre del 1823, il grande amore verrà identificato con la Bellezza con la «B» maiuscola. Vediamo il testo in forma integrale:

 

 

Cara beltà che amore

Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,

Fuor se nel sonno il core

Ombra diva mi scuoti,

O ne’ campi ove splenda

Più vago il giorno e di natura il riso;

Forse tu l’innocente

Secol beasti che dall’oro ha nome,

Or leve intra la gente

Anima voli? o te la sorte avara

Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

 

Viva mirarti omai

Nulla spene m’avanza;

S’allor non fosse, allor che ignudo e solo

Per novo calle a peregrina stanza

Verrà lo spirto mio. Già sul novello

Aprir di mia giornata incerta e bruna,

Te viatrice in questo arido suolo

Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

Che ti somigli; e s’anco pari alcuna

Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

saria, così conforme, assai men bella.

 

Fra cotanto dolore

Quanto all’umana età propose il fato,

Se vera e quale il mio pensier ti pinge,

Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora

Questo viver beato:

E ben chiaro vegg’io siccome ancora

Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni

L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse

Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;

E teco la mortal vita saria

Simile a quella che nel cielo india.

 

Per le valli, ove suona

Del faticoso agricoltore il canto,

Ed io seggo e mi lagno

Del giovanile error che m’abbandona;

E per li poggi, ov’io rimembro e piagno

I perduti desiri, e la perduta

Speme de’ giorni  miei; di te pensando,

A palpitar mi sveglio. E potess’io,

Nel secol tetro e in questo aer nefando,

l’alta specie serbar; che dell’imago,

Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

 

Se dell’eterne idee

L’una sei tu, cui di sensibil forma

Sdegni l’eterno senno esser vestita,

E fra caduche spoglie

Provar gli affanni di funerea vita;

O s’altra terra ne’ superni giri

Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,

E più vaga del Sol prossima stella

T’irraggia, e più benigno etere spiri;

Di qua dove son gli anni infausti e brevi,

Questo d’ignoto amante inno ricevi.

 

Leopardi chiede alla bellezza, a quella bellezza che traluce dal paesaggio naturale o dall’etereo volto di una donna, dove abiti, dal momento che al presente è difficile afferrarla o vederla: forse nell’età dell’oro, in un mitico passato, o in un futuro di cui a noi non è dato godere? L’unica possibilità per il poeta è quella di percorrere un sentiero nuovo, diverso da quelli fino ad allora percorsi e di incontrarla, così come spesso Leopardi sperava da giovane. Questa bellezza è quanto di più grande l’uomo possa immaginare in terra: è la Bellezza con la «b» maiuscola, l’Ideale.

Se qualcuno la amasse, la sua vita sarebbe più felice, sarebbe come quella che nel cielo «india», cioè porta a Dio; se l’amasse, l’uomo cercherebbe la virtù, la bontà.

Al poeta (più in generale all’uomo), privato della Bellezza, basterebbe anche solo conservarne l’immagine in mezzo agli affanni della vita quotidiana.

L’ultima stanza è una preghiera rivolta alla Bellezza. Leopardi la apostrofa invocandola a ricevere, ad accogliere quest’inno, sia nel caso in cui viva nell’iperuranio come una delle idee platoniche, sia nel caso in cui viva nei cieli superiori, lontano da noi. È il desiderio che l’Ideale, il Bello, l’Infinito sia qui tra noi, possa essere esperienza «di qua dove son gli anni infausti e brevi».È la preghiera che il Bello si faccia carne, possa assumere forma umana.

In quel «Se dell’eterne idee/ L’una sei tu, cui di sensibil forma/ Sdegni l’eterno senno esser vestita» Leopardi sembra avvertire l’urgenza di Dio e lo invoca, lo sfida a epifanizzarsi: è un grido umanissimo (perché Dio non ti riveli?) che si tramuta in preghiera o in invocazione (Dio rivelati). «Questo d’ignoto amante inno ricevi»: mai professione d’amore fu più esplicita per il Bello, per quell’Infinito che solo può dar senso alle nostre giornate! (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 22-9-2013)