Nell’opera In exitu è protagonista un drogato. Il titolo richiama il canto di liberazione di Israele dall’Egitto, la Pasqua ebraica che è poi diventata Pasqua cristiana, con la morte e Resurrezione di Gesù, che ha riscattato l’uomo dalla schiavitù del peccato e della morte. Quasi mai la letteratura ha dato voce a questi ultimi. Di loro di solito si parla per destare scalpore o notizia o per deriderli. Solo uno sguardo rinnovato dall’incontro di Cristo sa guardare gli ultimi con una misericordia che abbraccia l’inutilità e riscatta dal nulla. Anche Gino Riboldi, che ha venduto il proprio corpo alla Stazione Centrale di Milano per comprare la droga, può incontrare la verità. La resurrezione di Cristo opera già fin da ora, riscattando il nostro male e il nostro peccato, a condizione che noi riconosciamo la miseria e accettiamo la salvezza.

In Factum est Testori ha dato la parola anche all’ultimo in assoluto nella nostra società, il feto, che non ha diritto di parola, di espressione, di comunicazione della propria volontà. Così, la carne del feto (cui viene impedito di farsi carne al di fuori del ventre materno) si fa di volta in volta parola, profezia, maledizione, «strascica le parole, fino a che la voce si fa più percettibile, articolata, chiedendo una salvezza per sé e una speranza per la madre e per il padre che lo vogliono rifiutare». La sua voce si tramuta in maledizione e profezia di distruzione per chi osa perpetrare un tale abominio. Un destino di rovina attende quell’uomo e quella società che non riconosce la vita, che non l’abbraccia, dimentica del nulla che anche noi siamo stati e di quel Tutto che ci ha voluti e ci ha chiamato alla vita.

Un altro personaggio della letteratura affascina Testori, Gertrude. Lei non è un’ultima dal punto di vista sociale, ma dal punto di vista umano sì. La sua libertà è stata, infatti, violata, travolta anzitempo dalla violenza di chi (il padre) pensava di usare il proprio potere per plasmare la coscienza altrui. Gertrude è una vocazione abortita, una persona che non ha potuto aderire alla chiamata del Mistero con libertà. Gertrude sarà protagonista del dramma teatrale La monaca di Monza e personaggio fondamentale de I promessi sposi alla prova.

In quest’ultima opera campeggia, poi, un altro cattivo, l’Innominato. Mirabile per profondità è il discorso in cui l’Innominato, guardando dentro di sé, sorprende la radice del proprio male e della propria azione: «Ci sono momenti, ore ci sono, in cui sembra essere stato il niente, proprio e solo lui, il niente, ciò che abbiamo corteggiato, desiderato ed amato; ciò per cui abbiamo, sempre, tutto osato. Allora – vedi? – anche una fogliolina che tremi lì, sull’albero, par troppo piena di vita e bisogna strapparla». Un abisso di niente si apre nel cuore dell’Innominato di fronte al male e al passato di iniquità. Lui osa guardarlo e starci di fronte, comprendendo che la sofferenza, il dolore, la malattia sono il prezzo del peccato, da offrirsi per l’espiazione. La conversione dell’Innominato si apre alla speranza di una vita diversa e alla comprensione della sofferenza alla luce del mistero della croce di Cristo.

Qui, nella finzione artistica, è celata l’esperienza della stessa conversione di Testori. Quando uno si sente abbracciato come l’Innominato è stato abbracciato dal Cardinale Federico Borromeo, rinasce a nuova vita e comprende che nulla è più forte dell’amore, nemmeno la morte. Nell’incontro con Cristo Testori fa esperienza di quell’amore che abbraccia tutti i nostri errori e peccati. Per questo Testori può affermare che «non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla creazione. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto non ci sono precetti». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 3-2-2013)