autobiografica che come dato universale persistente.  La scomparsa tragica dei due fratelli maggiori di 12 e 11 anni, annegati insieme nel 1949 in un torrente sulle colline romagnole, riemerge nella toccante «Bruno e Rosalba» e riempie di responsabilità il tempo di chi resta. Leggiamo per intero quello che è, credo, il componimento più bello: «Quella sera, dopo la fiumana, la riva/ sfaldata al gioco delle vostre corse/ ingenue, non siete tornati// e io, di tre anni, tre giorni/ sulle ginocchia di mia madre,/ abbracciato al suo dolore.// Adagiati su legni di porta, dalla bocca/ un rivolo sottile di bava, di melma,/ gente dai casali, dai vigneti e donne e vecchie/ – un mormorio sommesso per l’aia -/ chi si segnava, chi portava acqua, chi lenzuoli/ e fiori, due uomini in nero dagli sguardi lunghi/ e io, di tre anni, tre giorni// su quel grembo duro di singhiozzi/ in attesa di un risveglio/ come quando Rosalba e Bruno/ si fingevano, per gioco, morti// stagioni di silenzio, di respiri grandi/ come il vuoto, troppo lungo il gioco…/ non aspetto più i loro scherzi, i salti/ con la corda, mia sorella che mi spettinava// quel ventuno settembre piangevo/ per venire al fiume, avreste custodito/ i miei tre anni, vi avrei salvato, forse,/ forse avete salvato me».

Qui la linea poetica emergente è quella pascoliana che scrive nella lettera prefatoria de I primi poemetti: «Il ricordo è del fatto come una pittura: pittura bella, se impressa bene in anima buona, anche se di cose non belle. Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo. Quindi noi di poesia ne abbiamo a dovizia». La morte aspetta ciascuno di noi, in un destino universale che accomuna ogni essere vivente, come Leopardi e Montale sovente ricordano nella loro poesia e Casadei scrive in «Dovrà morire l’uomo». Ivi, le allusioni a Montale si avvertono in quell’espressione «siepe di sterpi» richiamo esplicito a «Meriggiare pallido e assorto», ma la negatività dell’esistenza si arricchisce di una speranza, sottesa ai richiami veterotestamentari («dovrà morire Isacco di pugnale») ed evangelici («dovrà morire l’uomo sulla croce»). La croce di Cristo è l’unica risposta alla sofferenza, al dolore e alla morte e ha in sé l’anticipazione della resurrezione, come leggiamo in «Non c’è ragione»: «Dovremo comunque attraversarla (la morte)/ nell’attesa che la notte deflagri/ e ci svegliamo dall’offesa». 

Chi ci aspetta alla fine del viaggio? Nella poesia di Casadei c’è il presagio di un destino buono, di un amore che ci abbraccia, di una presenza. Già il titolo della raccolta lo testimonia. Emblematico del contesto marino abituale per un autore di Cesena, «Il bianco delle vele» mostra la metafora della vita come attraversamento di un mare, immagine che già compare nel Fedone di Platone. L’urgenza dell’uomo non è quella di galleggiare sull’acqua, bensì di veleggiare verso l’orizzonte marino, segno del Mistero buono che tutti attende. Il viaggio che percorriamo già lo anticipa, le vele sono bianche. Tanti sono i segni lungo il percorso, come nell’operetta morale di Leopardi «Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez». 

Quali sono gli indizi del destino buono, della presenza che ci fa compagnia nel viaggio e che ci abbraccerà alla fine? In primis la sete che sente l’uomo, il senso della mancanza e la profonda nostalgia: «Se c’è la sete,/ l’acqua si troverà/ da qualche parte. Ciò che manca,/ c’è» («La sete»). In secondo luogo la percezione di una presenza: «C’è sempre qualcuno/ che mi scruta// non lo vedo// non saprei star senza» («La presenza»). «In questa vita di turbolenze» il poeta scorge «la firma segreta che sta dentro le cose» («La firma segreta»). Infine, l’animo umano che aspira allo «spazio aperto degli uccelli», perché «tutto spinge fuori» (il titolo «Più in là» ben sottolinea la reminescenza montaliana di «Tramontana»), e brama una felicità infinita («Come a tentoni»).

La domanda dell’uomo ha un destinatario, un Tu che è l’origine e il segreto di tutto, perché «chi regge la terra è il cielo» («L’origine e il segreto»). A Lui possiamo rivolgerci come in preghiera: «Tu che come l’ape/ trasformi il sole in miele/ e muti la pioggia in foglie, fa’ che io lasci cadere il sasso di Caino//  fiorirà la gioia nel fondo delle cave» («Il sasso di Caino»). È un augurio quanto mai auspicabile in questi tempi di scoramento, di violenze e di guerre. 

Franco Casadei, Il bianco delle vele, Raffaelli Editore, € 12.00

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 4-8-2014)