Elicone.  – Certo. Farò del mio meglio. Ma prima devo dirti qualcosa d’importante.

 

Caligola (senz’ascoltarlo) Tieni presente che l’ho già avuta.

Elicone  – Chi?

Caligola – La luna.

Elicone  – Sì, certo. Ma lo sai che c’è una congiura per ucciderti?

Caligola  – Io l’ho avuta completamente. Soltanto due tre volte, è vero. Ma insomma sì, l’ho avuta.

Caligola  (si ferma e lo guarda dolcemente) Io voglio soltanto la luna, Elicone. So bene in che modo morirò. Non ho ancora esaurito tutto ciò che può alimentare la  mia vita. Perciò voglio la luna…

 

La guardia esce. Caligola cammina su e giù. Poi si dirige verso lo specchio.

Caligola  –  Se qualcuno ti portasse la luna sarebbe  tutto diverso, non è così? L’impossibile diventerebbe possibile e qualsiasi cosa cambierebbe, così d’un colpo. E perché poi Elicone non dovrebbe portarti la Luna” .

Per Leopardi questo desiderio dell’infinito, dell’impossibile,  descritto così bene da A. Camus, è il sentimento più nobile per l’uomo, più elevato, più sublime: la noia. Quale distanza dall’accezione che spesso conferiamo al termine, quale distanza dal senso che Alberto Moravia, più di cent’anni dopo il Recanatese, conferisce alla parola nel romanzo omonimo La noia! Qui, la noia  è definita dall’incapacità del protagonista di instaurare un rapporto col reale, con le persone e con le cose: un pittore di nome Dino vive  una relazione sentimentale con Cecilia esclusivamente dal punto di vista sessuale, non riuscendo, ma, in realtà, neanche tentando, di creare un legame di intimità personale. Emblematicamente troverà la morte dopo uno di questi rapporti.  La vita, ripiena di questa noia, è come la morte.