La ragione umana riconosce  questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. “La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci” e, con grande intuizione che riprenderemo al momento opportuno, Leopardi arriva ad affermare che “l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione. E ancora

l’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto non può essere felice sodamente se non in uno stato (ma veramente) religioso…”.

 

 

Ciò che dà consistenza alle cose è solo “la persuasione di un’altra vita. Ma questa ci deve persuadere; dunque bisogna che la religione ci persuada”.

Quindi, la ragione al suo culmine non canta vittoria come accade in tanta cultura illuministica francese. Del resto, lo stesso Kant aveva avvertito che “la ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le sono posti dalla natura stessa della ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana. In tale imbarazzo cade senza sua colpa”.

Dunque il giovane Leopardi, formato secondo la cultura illuministica, arriva a riconoscere che la ragione non è ratio sui et universi, misura di sé e di tutta la realtà, bensì al suo culmine,  al suo vertice giunge a riconoscere il Mistero e la propria incapacità a darci la felicità da soli. Quale distanza dallo scientismo, dall’autonomismo, dal prometeismo, tanto millantati dai suoi contemporanei intellettuali, chiamati filosofi o ideologi, dai letterati poligrafi, eruditi, enciclopedici, umanitari  e cosmopoliti.