La vera città è per Calvino civitas, luogo di condivisione e spazio di umanità in cui le persone collaborano per vivere insieme in una condizione migliore, non urbs, ovvero il complesso delle mura e degli edifici costruiti all’interno.

Ne La giornata di uno scrutatore, alla fine di una giornata di osservazione al Cottolengo, una vera e propria città all’interno di Torino, Amerigo Ormea può riflettere con maggiore lucidità sulla convivenza umana e comprende che la città dell’homo faber rischia sempre di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza il quale le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto; e nel difendere le istituzioni, senza accorgersene, può lasciar spegnere il fuoco.

Assistendo ad una scena commovente e piena di carità, Amerigo comprende che «anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, […] l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città».

L’interesse di Calvino per le città è pressoché costante; le sue considerazioni non riguardano soltanto l’urbanizzazione con i relativi problemi dell’inquinamento e dello sviluppo delle megalopoli ma anche la dimensione dell’umano. La riflessione di Calvino, conclusasi ne La giornata di uno scrutatore con la provocazione sulla presenza della perfezione anche in un mondo apparentemente imperfetto come il Cottolengo, prosegue negli anni successivi: lo scrittore è in costante ricerca e sempre in attesa di una risposta. Calvino non aveva visto al Cottolengo la bellezza che ivi era presente fino a quando non ha iniziato a guardare. Ma anche guardare non è spesso sufficiente. Occorre molte volte compiere prima un’altra operazione. Quale?

In un’intervista rilasciata all’Espresso Calvino lo esplicita chiaramente: «Dietro la città che si vede ce n’è una che non si vede ed è quella che conta». Per vedere la città che si nasconde dietro l’apparenza è necessario togliere prima ciò che impedisce di vedere bene. Solo così si rivelano Le città invisibili. L’opera viene pubblicata nel 1972. Come nasce? Calvino risponde: «È un libro che mi porto dietro da alcuni anni, ogni tanto scrivevo una pagina, cioè una città. Uno stato d’animo, una riflessione, una lettura, una suggestione visiva, mi veniva di trasformarli in un’immagine di città» (intervista all’Espresso, 1972).

Calvino scrive prima le descrizioni delle città, come fossero quadri poetici: «Le città invisibili sono nate come poesie. Poesie in prosa, poesie che quasi sempre si sviluppano come brevi racconti, perché io scrivo racconti da anni, che anche quando vorrei scrivere una poesia mi salta fuori un racconto». Ad un certo punto il romanziere ha pensato di dare forma unitaria al testo, strutturandolo anche in forma numerica: «La posizione in cui viene a trovarsi ogni racconto deve rispondere a funzioni diverse, molto difficili da combinare» (intervista all’Espresso, 1972). Non è un vero e proprio romanzo, secondo Calvino. Certamente è un libro unitario, che contiene molti racconti dedicati a città immaginarie, non reali. Il libro nasce dall’idea di riscrivere Il Milione. Calvino cerca nuove modalità narrative e, al contempo, intende cimentarsi nel rifacimento di opere già scritte. I racconti delle città sono legati da una cornice sottolineata dall’uso del carattere corsivo. Il narratore è Marco Polo che è arrivato in Estremo Oriente dall’imperatore Kublai Khan e nel suo viaggio prende nota di tutte quelle città che vede fino ai lontani confini e racconta tutto all’imperatore.

Cinquantacinque sono i capitoli come altrettante sono le città descritte. L’autore non attribuisce loro nomi cinesi o orientali, perché non è suo intento indagare l’Oriente. Sceglie tutti nomi di donna, magari di imperatrici bizantine o nomi medioevali. Calvino riflette sulle città, perché «la vita urbana è diventata talmente disagevole che si sente il bisogno di interrogarci su cos’è, su cosa dovrebbe essere la città per noi». Calvino non crede che le megalopoli rappresentino la fine della città, anzi «il suo contrario» (intervista all’Espresso, 1972). Calvino non intende soffermarsi sulla «futurologia apocalittica», che pur sfiora nell’opera. Dopo Le città continue si trovano, infatti, Le città nascoste: «Una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice; le città future sono già contenute nelle presenti come insetti nella crisalide».

Calvino non intende neanche soffermarsi sull’attualità di questo o di quel paese, vuole documentare la realtà della vita in comune, «di che cosa è stata la città degli uomini, come luogo della memoria e dei desideri, e di come oggi è sempre più difficile vivere nelle città anche se non possiamo farne a meno» (Italo Calvino parla del suo nuovo libro «Le città invisibili», 1972).

Memoria e desiderio sono le due modalità per vivere intensamente il presente, senza cadere nella trappola del passato, come avvertiva già Amerigo Ormea ne La giornata di uno scrutatore: «Il passato (proprio per il fatto d’avere un’immagine così compiuta nella quale non si poteva pensare di cambiar nulla come in questo dormitorio) gli pareva una gran trappola. E il futuro, quando ci se ne fa un’immagine (cioè lo si annette al passato), diventava una trappola esso pure».

La memoria è un fecondo rapporto con le proprie radici, consapevole dei doni da custodire che la tradizione ci ha affidato. Il desiderio è lo spazio del cuore che si spalanca ad una creatività figlia di sogni che diventano realtà, se gli diamo spazio. Passato e futuro possono essere nel presente solo nello spazio della memoria e del desiderio.

Vedremo le riflessioni di Calvino sull’uomo moderno ne Le città invisibili.