Già dal primo giorno le formiche manifestano la loro presenza in ogni angolo della casa nuova ove i due coniugi si sono trasferiti ad abitare. Perfino il letto del figlioletto e le provviste sono ricoperti di questi esseri invisibili e impalpabili, sfuggenti e refrattari a qualsiasi presa. Ormai, neanche a letto è possibile trovare pace «con l’idea di quelle bestie dappertutto».

I due personaggi diventano simbolo della vita frenetica, tumultuosa e angosciante dell’uomo contemporaneo, incalzati come sono dal pensiero delle cose che devono fare e «anche dal fastidio di dover subito cominciare» a battersi con quello struggente, «impercettibile nemico che s’era impadronito della nostra casa».

Perfino la tazza di latte presenta un velo di formiche «annegate o nuotanti». I muri sono disseminati di fila di formiche. Non si potranno portare mobili in quella casa finché non saranno state sconfitte. In giardino, luogo di svago ove spera di poter trovare un po’ di requie, il papà sente piangere il figlio che vede anche gli alberi tutti ricoperti di piccoli esseri neri. Quell’appezzamento di terra, che era sembrato alla coppia tanto piccolo il giorno prima, ora in rapporto a quelle formiche piccolissime appare grandissimo.

Come si potrà affrontare quel problema che era dapprima insospettato e inatteso, poi non percepito come temibile e ora individuato come sempre più invasivo e fastidioso? Cosa faranno i due sposi? Come lo affronteranno gli altri personaggi della storia?

La moglie dapprima ha come reazione impulsiva quella di uccidere le formiche ad una ad una, ovunque le veda, ed inveisce contro lo zio Augusto che non li ha per nulla informati quella catastrofe.

Il marito comprende che, se anche lo zio li avesse avvisati, «la parola “formiche” […] non poteva affatto esprimere lo sgomento di fronte» a quella situazione. Il marito decide di chiedere aiuto ai vicini, che da tempo convivono con quel problema. I coniugi Reginaldo dispongono di ogni tipo di veleno, nessuno però che serva davvero. Usano «casa e giardino come di un campo di battaglia», come se abbiano rinunciato a sterminare del tutto le formiche e cerchino solo di deviarle, di sbarrare loro la strada. Il problema delle formiche ha ormai invaso tutte le loro giornate. Con sostanze sempre diverse i Reginaldo creano labirinti sempre nuovi, giorno per giorno, come in un gioco che riempie tutto il loro tempo e le loro energie, in cui le formiche sono divenute «un elemento necessario».

Calvino sta rappresentando simbolicamente una delle tante posizioni umane che l’uomo può assumere: quella di chi trasforma i problemi da affrontare nella stessa ragione di vivere; le vicissitudini riempiono così il vuoto delle giornate. «Natura abhorret a vacuo» ovvero «la natura rifugge il vuoto» affermava il filosofo Aristotele. E come la natura, anche l’uomo ha il terrore degli spazi vuoti, sempre alla ricerca di un’occupazione che possa riempire il tempo e che divenga ragione di vita. Persino un problema può divenire tale, destando l’impressione che ci sia una ragione per cui combattere nel vivere quotidiano. Per questa ragione sono descritti «soddisfatti e divertiti», perché hanno almeno una ragione per cui combattere, pur avendo rinunciato all’idea di poter vincere contro quel male.

Una seconda posizione umana dinanzi al problema è quella del Capitano Brauni, un inventore  che ha escogitato un sistema «per sterminare la formica argentina». In realtà, non solo un sistema, ma tanti. Il capitano ne mostra uno: un escamotage per uccidere persino duemilaquattrocento formiche all’ora. Compiaciuto, assaporando in modo sadico la morte delle formiche, il capitano assiste alla loro caduta nel petrolio, avendo anche lui una ragione di vivere e soddisfatto di apprezzare il suo ingegno che ha dato vita a mezzi diversi per lo stermino del nemico. Sterminando il maggior numero possibile di formiche operaie si possono affamare le regine che, deprivate di cibo, saranno costrette ad uscire alla ricerca di provviste.

Già il secondo giorno orti, strade, ville appaiono al narratore diversi. Ormai egli s’immagina file di formiche ovunque: le vede sugli alberi, sui muri, ovunque. Il suo occhio è ormai abituato a trovare quel male. L’immagine di Calvino richiama alla memoria un noto passo dello Zibaldone (22 aprile 1826) in cui è descritto un giardino bello nel suo insieme, se visto da lontano e dall’esterno, ma, in realtà, in stato di souffrance universale, perché i singoli elementi di quel luogo soffrono e, quindi, la serenità dell’insieme è solo illusoria:
Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate nel patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno.

Un’altra reazione dinanzi ai problemi è quella degli avventori dell’osteria che vivono come se le formiche non esistessero, con un atteggiamento di ostentata vanteria che non riconosce la realtà e che infastidisce il protagonista che non può ubriacarsi «di parole e di pensieri», vivere d’immaginazione, in un mondo fantastico e irreale anche per lo sguardo  e la presenza della moglie che gli è «cara e necessaria».

Le istituzioni hanno poi una loro posizione per sconfiggere la formica argentina: hanno escogitato una melassa leggermente avvelenata che prima o poi porterà alla morte delle regine. Ma dopo una ventina d’anni, le formiche si stanno ancora moltiplicando. Il signor Baudino, che rappresenta l’Ente per la Lotta Contro la Formica Argentina, mostra in realtà un’«incallita sfiducia» e disprezzo per le angustie di chi è in difficoltà. La signora Mauro, che ha affittato la casa ai due coniugi, mostra un’affettata superiorità, sostenendo che le formiche si diffondono dove non ci siano cura, pulizia e lavoro dei campi. La sua posizione è irrealistica.

Come termina la storia? Nelle ultime pagine la moglie del protagonista attribuisce tutta la colpa delle formiche al dipendente dell’Ente che invece di uccidere le formiche le ingrassa con la sua melassa. Tante persone assumono un atteggiamento di lamentela che infastidisce il narratore che vorrebbe chiudersi «in un orgoglio straziato», perché gli pare che nessuna delle persone che ha incontrato e che da tempo conoscono il problema sia davvero sulla strada per risolverlo.

Ecco la scena finale. Siamo al tramonto. La città s’apre «a ventaglio» e offre la vista dei versanti delle colline. Il figlio si volta a vedere ogni cosa e i due coniugi prendono «parte alla sua meraviglia»: donne anziane che portano cesti sul capo, ragazze cucitrici che corrono a vedere un rospo, giovinette biancovestite che fanno giocare un cieco, un ragazzo che coglie i fichi d’India, ragazzi che fanno bolle di sapone.

I due coniugi e il figlio scendono al molo. Guardano lo spettacolo della vita e della realtà. Si spalancano a tutto il «gran mare de l’essere» (come direbbe Dante), «alle distanze d’acqua», «agli infiniti granelli di sabbia sottile giù nel fondo, dove la corrente posa gusci bianchi di conchiglie puliti dalle onde». Nulla, ma proprio nulla, può impedire di ammirare lo spettacolo della vita e del mistero della realtà.