Ebbene, questo cuore può essere paragonato ad un recipiente “capace” di Infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere),  perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del bicchiere, del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo! Gli studiosi di economia (lasciatemi passare il paragone, anche se evidentemente  il confronto ha un sapore ironico) potrebbero parlare di un “bisogno” risorgente e mai pienamente soddisfatto.

 

Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone di pensieri: “Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo,  il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose”. Noi uomini siamo “miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra… Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti”. Nella stessa pagina del testo miscellaneo  Leopardi arriva ad affermare che “una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima è la infelicità dell’uomo paragonato alle bestie che sono felici o quasi felici”. Queste riflessioni, poste quasi all’inizio del suo diario filosofico ed esistenziale richiamano, indubbiamente, alla mente la distanza tra il pastore e il gregge nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: il pastore è assalito dal tedio, quando giace oziando, mentre il gregge non sembra essere angustiato da nessun pungolo, non sembra conoscere la noia:

“O greggia mia che posi, oh te beata,

Che  la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu sÈ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato”.

È chiaro che il Recanatese non vuole, qui, porre  una distinzione  solo tra l’uomo e gli altri esseri viventi, ma anche tra chi è Uomo, compos sui,  presente a se stesso, cosciente della propria natura (il pastore che rappresenta il filosofo, nel senso di chi si interroga sull’esistenza, sulla vita, chi si pone con la semplicità del cuore che gli è stato donato fin dalla nascita, chi non recede dalla propria natura rinnegando  la fibra più originaria del proprio essere) e chi vive dimentico di sé, come un bruto, soffocando o rinnegando il proprio cuore.

Vi è un canto dantesco in cui ben emerge questa contrapposizione tra pastore e gregge, tra atteggiamento davvero umano  e degradamento dell’uomo a natura istintiva  e, perciò, animalesca. Siamo in Malebolge, nell’VIII cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i consiglieri di frode, ovvero coloro che hanno fatto uso dell’arte della parola per ingannare gli altri. Qui incontriamo Ulisse che risponde alla domanda che Virgilio gli pone riguardo a come si sia concluso il suo ultimo viaggio. Mentre racconta, ad un certo punto Ulisse rievoca le parole che declamò davanti ai compagni per spronarli, ormai stanchi e scettici, un’ultima volta, a portare a termine l’impresa:

 

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”.

(Inferno XXVI, vv. 118-120)

 

Ecco contrapposti tra loro  Ulisse e i bruti: Ulisse che parte, indomito, che non può essere trattenuto neanche dagli affetti più cari, perché neanche quelli possono saziare il suo ardore di conoscere, di “divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore”(Inferno XXVI, vv. 98-99) e chi se ne sta tranquillo, sdraiato, senza porsi domande, senza alcuna inquietudine.