Nella sua opera maxima, l’Eneide, Virgilio descrive la catabasi di Enea negli Inferi e i suoi incontri con Palinuro, con Didone, con Caronte. In un orrendo strazio di catene e lamenti, ecco come gli antichi romani indicavano l’aldilà.

I popoli antichi ponevano l’entrata agli Inferi in luoghi che per caratteristiche e suggestione lugubre sembravano nascondere l’accesso alle viscere profonde della Terra. Una di queste entrate nell’Ade era collocata nelle vicinanze di Cuma, nei pressi del Lago Averno,  luogo selvaggio e malsano fino alle bonifiche avvenute sotto Augusto, spesso ricoperto da una fitta nebbia e che si prestava, quindi, all’immaginazione di reconditi e spettrali accessi infernali. «Il paese di Cuma, in Italia, regione di vulcani spenti, dove i laghi, che riempiono antichi crateri annebbiati di vapori sulfurei, non vedono il volo degli uccelli, paese di profonde foreste, di maremme infestate di cinghiali e bufali, labirinto di caverne tenebrose e senza fondo, fu il teatro di quasi tutte le discese agli Inferi dell’antichità». (Charles Moeller)

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