Tra i grandi del Novecento che si pongono davanti all’evento del Natale ho scelto tre poeti quasi contemporanei: Ungaretti, Quasimodo, Saba.

Partito volontario per la grande guerra, Ungaretti (1888-1970) la affronta come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese. Lì, scrive poesie dedicate all’esperienza della guerra che confluiranno nella sua prima raccolta Il porto sepolto (1916) pubblicata grazie all’amico Ettore Serra. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario). Nello stesso anno (1916) Ungaretti scrive «Natale»: «Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade/ Ho tanta/ Stanchezza/ sulle spalle// Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata// Qui/non si sente/ altro/ che il caldo buono// Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare».La scrittura di Ungaretti è orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Il verso, reso sempre più essenziale, si riduce talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che nascondano l’evidenza della realtà.

Batte in questi versi il cuore di un uomo che prova arsura e vuole essere colmato, quello stesso cuore che sempre nel 1916 trabocca di domanda: «Ha bisogno di qualche ristoro/ il mio buio cuore disperso» («Perché?»). Il poeta troverà risposta alcuni anni dopo, nel 1928, quando si recherà nel monastero di Subiaco con un amico. Ivi si compirà il suo cammino di conversione. Allora Ungaretti potrà finalmente scrivere: «Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è pura bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile». 

Umberto Saba (1883-1957) è animato da una religiosità di stampo panteistico, da un riconoscimento della presenza del divino nelle piccole cose e nelle umili creature, come nella poesia «La città vecchia». Ivi il poeta è catturato dall’umanità che incontra, la «prostituta e marinaio, il vecchio/che bestemmia, la femmina che bega,/il dragone che siede alla bottega/del friggitore,/la tumultuante giovane impazzita/d’amore». Saba scopre in loro la presenza dell’Infinito e del Signore, vi intravede le sue stesse domande, i suoi bisogni, il suo desiderio di Infinito. Il suo pensiero si fa «più puro» quanto più bassa ed emarginata è quell’umanità non inquadrabile nel perbenismo benpensante e borghese. Il poeta trasfonde lo stesso tipo di religiosità anche nel componimento «A Gesù Bambino»: «La notte è scesa/ e brilla la cometa/ che ha segnato il cammino./ Sono davanti a Te, Santo Bambino!// Tu, Re dell’universo,/ ci hai insegnato/ che tutte le creature sono uguali,/ che le distingue solo la bontà,/ tesoro immenso,/ dato al povero e al ricco.// Gesù, fa’ ch’io sia buono,/ che in cuore non abbia che dolcezza./ Fa’ che il tuo dono/ s’accresca in me ogni giorno/ e intorno lo diffonda,/ nel Tuo nome». Gesù è qui apostrofato come Re dell’universo, un dono che ci rende responsabili e missionari, come i primi apostoli. Il giudizio che tutte le creature sono uguali è lo stesso che trapela dalla poesia «A mia moglie», ove il poeta esalta le virtù semplici della donna, paragonandola a «tutte/le femmine di tutti/i sereni animali/che avvicinano a Dio» e a «nessun’altra donna». La vita di Saba è stata una continua ricerca mossa dall’ardore di conoscere come il poeta racconta nell’«Ulisse» che conclude il gruppo «Mediterranee» scritto tra il 1945 e il 1946. Quel desiderio di appartenenza, sempre cercato e, al contempo, sfuggito, non troverà soluzione né in una donna (la moglie) né in una città (Trieste). Solo qualcosa di infinitamente più grande avrebbe potuto colmare la sua ansia di compimento e di pienezza. Forse traccia di un approdo o di una rotta più chiara si hanno nella conversione di Saba al cattolicesimo avvenuta negli ultimi anni di vita, conclusasi nel 1957, poco dopo la morte della tanto amata moglie.

Salvatore Quasimodo (1901-1969), così attento alle vicende del suo tempo, alla guerra e alla violenza che imperversa nel mondo, in «Uomo del mio tempo» vede gli odierni abitanti della Terra simili a Caino, all’uomo che ha ucciso il proprio fratello. Anche nel «Natale» scrive: «Non v’è pace nel cuore dell’uomo./ Anche con Cristo e sono venti secoli/ il fratello si scaglia sul fratello». La morte di Cristo si ripete ogni giorno. Quella pace che Quasimodo vede nel presepe è invocata anche nella vita di tutti i giorni, non è la pace dell’uomo, senza giustizia e senza amore, ma è la «Pace nel cuore di Cristo in eterno». Un Premio Nobel, un intellettuale impegnato politicamente, iscritto al partito Comunista, un poeta che ha demistificato le fanfare e gli entusiasmi della guerra e ha messo in luce le contraddizioni della modernità e della tecnologia coglie che l’evento principale che è avvenuto nella storia dell’uomo è la nascita di Gesù. Da allora nulla può più essere come prima. Si chiede, però, il poeta: «Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino/ che morirà poi in croce fra due ladri?». Il «Natale» di Quasimodo prefigura già la passione, quella stessa che a causa nostra si verifica di nuovo, sempre, nella vita quotidiana, come in quel «Figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo» incontro al quale corre la madre («Alle fronde dei salici»). (pubblicato su Il sussidiario del 21-12-2014)

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