Qualche anno dopo la pubblicazione del Fu Mattia Pascal, Pirandello appose una postfazione datata 1921 intitolandola «Avvertenza agli scrupoli della fantasia», nella quale rispondeva a quanti avevano tacciato d’inverosimiglianza la bizzarra vicenda raccontata nel romanzo:
“La vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità. Un caso della vita può essere assurdo; un’opera d’arte, se è opera d’arte, no. Ne segue che tacciare d’assurdità e d’inverosimiglianza, in nome della vita, un’opera d’arte è balordaggine. In nome dell’arte, sì; in nome della vita, no”.

A riprova di ciò Pirandello riportava un articolo di giornale pubblicato su «Il corriere della Sera» del 27 marzo 1920 in cui si raccontava una vicenda del tutto simile a quella de Il fu Mattia Pascal:

“L’OMAGGIO DI UN VIVO ALLA PROPRIA TOMBA

Un singolare caso di bigamia, dovuto all’affermata ma non sussistente morte di un marito, si è rivelato in questi giorni. Risaliamo brevemente all’antefatto. Nel reparto Calvairate il 26 dicembre 1916 alcuni contadini pescavano dalle acque del canale delle «Cinque chiuse» il cadavere di un uomo rivestito di maglia e pantaloni color marrone.

Del rinvenimento fu dato avviso ai carabinieri che iniziarono le investigazioni. Poco dopo il cadavere veniva identificato da tale Maria Tedeschi, ancor piacente donna sulla quarantina, e da certi Luigi Longoni e Luigi Majoli, per quello dell’elettricista Ambrogio Casati di Luigi, nato nel 1869 marito della Tedeschi. In realtà l’annegato assomigliava molto al Casati.

Quella testimonianza, a quanto ora è risultato, sarebbe stata alquanto interessata, specie per il Majoli e per la Tedeschi. Il vero Casati era vivo! Era, però, in carcere ancora dal 21 febbraio dell’anno precedente per un reato contro la proprietà e da tempo viveva diviso, sebbene non legalmente, dalla moglie. Dopo sette mesi di gramaglie, la Tedeschi passava a nuove nozze col Majoli, senza urtare contro nessuno scoglio burocratico.

Il Casati finì di scontare la pena l’8 marzo del 1917 e solo in questi giorni egli apprese di essere… morto e che sua moglie si era rimaritata ed era scomparsa.

Seppe tutto ciò quando si recò all’Ufficio di anagrafe in piazza Missori, avendo bisogno di un documento. L’impiegato, allo sportello, inesorabilmente gli osservò:

– Ma voi siete morto! Il vostro domicilio legale è al cimitero di Musocco, campo comune 44, fossa n. 550… Ogni protesta di colui che voleva essere dichiarato vivo fu inutile. Il Casati si propone di far riconoscere i suoi diritti alla… resurrezione, e non appena rettificato, per quanto lo riguarda, lo stato civile, la presunta vedova rimaritata vedrà annullato il secondo matrimonio.

Intanto la stranissima avventura non ha punto afflitto il Casati: anzi si direbbe che l’ha messo di buon umore, e, desideroso di nuove emozioni, ha voluto far una capatina alla… propria tomba e come atto di omaggio alla sua memoria, ha deposto sul tumulo un fragrante mazzo di fiori e vi ha acceso un lumino votivo!”,

Questa è la notizia riportata sul quotidiano. Pirandello commenta di seguito:

“Il presunto suicidio in un canale; il cadavere estratto e riconosciuto dalla moglie e da chi poi sarà secondo marito di lei; il ritorno del finto morto e finanche l’omaggio alla propria tomba! Tutti i dati di fatto, naturalmente senza tutto quell’altro che doveva dare al fatto valore e senso, universalmente umano.

Non posso supporre che il signor Ambrogio Casati elettricista, abbia letto il mio romanzo e recato i fiori alla sua tomba per imitazione del fu Mattia Pascal.

La vita, intanto, col suo beatissimo dispregio d’ogni verosimiglianza, poté trovare un prete e un sindaco che unirono in matrimonio il signor Majoli e la signora Tedeschi senza curarsi di conoscere un dato di fatto, di cui pur forse era facilissimo aver notizia, che cioè il marito signor Casati si trovava in carcere e non sottoterra.

La fantasia si sarebbe fatto scrupolo, certamente, di passar sopra a un tal dato di fatto; e ora gode, ripensando alla taccia di inverosimiglianza che anche allora le fu data, di far conoscere di quali reali inverosimiglianze sia capace la vita anche nei romanzi che, senza saperlo, essa copia dall’arte”.

La vita mostra sprezzo per ogni verosimiglianza. Non si deve, dunque, pretendere la verosimiglianza proprio dall’arte e dalla fantasia. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parere verosimili, perché sono vere, mentre dall’arte, perché sembri vera, si pretende la verosimiglianza.

Quanti casi, quante situazioni sono, invece, prive di logica, di senso, incredibili! Pirandello riportava la cronaca di una donna che si era suicidata negli Stati Uniti, pubblicata sui giornali di New York del 25 gennajo 1921, edizione del mattino:

“Il signor Alberto Heintz, di Buffalo negli Stati Uniti, al bivio tra l’amore della moglie e quello d’una signorina ventenne, pensa bene di invitar l’una e l’altra a un convegno per prendere insieme con lui una decisione. Le due donne e il signor Heintz si trovano puntuali al luogo convenuto; discutono a lungo, e alla fine si mettono d’accordo.

Decidono di darsi la morte tutti e tre.

La signora Heintz ritorna a casa; si tira una revolverata e muore. Il signor Heintz, allora, e la sua innamorata signorina ventenne, visto che con la morte della signora Heintz ogni ostacolo alla loro felice unione è rimosso, riconoscono di non aver più ragione d’uccidersi e risolvono di rimanere in vita e di sposarsi. Diversamente però risolve l’autorità giudiziaria, e li trae in arresto”.

Se un drammaturgo avesse voluto mettere in scena questa storia, concludeva Pirandello, avrebbe cercato in ogni modo di rendere più verosimili quel suicidio, sanandone le assurdità, senza riuscirci pienamente, perché quasi tutti i critici letterari avrebbero trovato «assurdo quel suicidio e inverosimile la commedia». Ma

“la vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire”.

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