Il santo non è il buono o colui che si sforza di migliorarsi, non è un superuomo, piuttosto è un uomo vero, perché aderisce alla bellezza e alla verità dell’incontro con Cristo e, come colui che è trascinato da un grande amore, vive la densità dell’istante tutto preso dalla memoria del suo volto e desidera che anche gli altri possano incontrare la pienezza  e il fascino che lui ha visto.

Per la tradizione cristiana il santo è, perciò, un uomo vero, riflesso di Cristo, l’unico in cui l’umanità si è compiuta in tutta la sua potenzialità. Pensiamo ad Andrea e Giovanni che, dopo che hanno incontrato il Maestro, gli chiedono: “Maestro, dove abiti?”; Lui risponde: “Venite a vedere”. Il desiderio di quei due discepoli nasce dal fascino per l’incontro con una umanità diversa, imprevisto e imprevedibile, ma al fondo profondamente desiderato dal cuore (la profonda speranza manifestata da Leopardi nella poesia “Alla sua donna”). Quell’umanità investe con il suo carisma tutta la persona dei primi discepoli, i loro pensieri, le loro azioni tanto che fin da subito vogliono seguire il Maestro. La memoria di quel volto certo non annulla la nostra miseria. Pensiamo a Pietro che, dopo tre anni di condivisione con Gesù, lo tradisce per ben tre volte la notte del giovedì quando il Maestro viene catturato. La vista del volto del Cristo resuscitato gli fa richiamare, però, alla memoria il suo tradimento e soprattutto l’affetto di Colui che lo sostiene e in cui si pone ogni sua speranza e piange amaramente. Quando Gesù appare ai discepoli, dopo la Resurrezione, non chiede a Pietro perché l’abbia tradito, bensì se lo ami, per ben tre volte. A quel punto il Maestro affida i discepoli (e quindi la ecclesia) a quel “traditore” incoerente. La santità non è, per la tradizione cristiana, uno sforzo di coerenza, ma amore ad una persona, Cristo.

Nella coscienza e nel dolore per il proprio male, il santo riconosce Cristo come salvezza con la semplicità del cuore di un bambino. Riconosce che la sua libertà e la sua moralità non stanno in quello che riesce a realizzare, ma nella verità con cui chiede a Dio, con cui mendica Cristo. Pensiamo al “Buon ladrone” sulla croce, poco prima di morire. Alla destra e alla sinistra di Gesù sono crocifissi due persone di malaffare: l’uno rimprovera il Maestro e lo accusa di aver operato in passato tanti miracoli e di non essere in grado ora di salvarli dalla croce; l’altro, invece, ha scorto in Gesù un’eccezionalità anche nel modo di affrontare la morte e, dopo averlo difeso e aver mostrato coscienza del proprio peccato, gli chiede di ricordarsi di lui quando sarà nel suo Regno. La risposta è a tutti noi nota: “Ti assicuro che oggi sarai con me in paradiso”. Un istante è valso un’eternità. La misericordia di Dio abbraccia chiunque si affidi con sincerità a Lui, anche alla fine.

D’altronde Cristo ha sempre manifestato la sua simpatia umana per il pubblicano che rimane in fondo al tempio perché si giudica peccatore e non degno di stare ai primi posti (e, quindi, mendica la misericordia di Dio) piuttosto che per il fariseo che ringrazia il Cielo perché è migliore degli altri. S. Paolo scrive: “Pur vivendo nella carne, vivo nella fede del Figlio di Dio”; le fatiche, i dolori, le malattie, le gioie sono vissute nella consapevolezza della presenza di Cristo. Così,  Diario di un curato di campagna, romanzo di Bernanos, un personaggio esclama: “Io davanti alla morte non cercherò certo di fare né l’eroe né lo stoico. E se avrò paura, dirò ho paura. Ma a Gesù Cristo”.

Da qui scaturisce un’unità della persona, una unità di coscienza e di giudizio, generati dal rapporto con Cristo, perché una sola realtà come giudizio investe della sua luce tutte le cose (“Ex uno verbo omnia”, da un solo “Verbo” deriva ogni cosa). Da qui nasce un amore alla vita dentro un abbraccio consapevole delle sue condizioni esistenziali; nulla c’è da censurare o da sottacere in Cristo, tutto il nostro male è in Lui redento, persino la morte è un gesto della vita, perché è passaggio alla vita vera.

Da qui sgorgano:

un atteggiamento di umiltà, perché il santo acutamente e drammaticamente fa esperienza della sua fragilità e ha coscienza del proprio peccato;

una letizia, che non è dimenticanza della fatica del vivere, ma coscienza che la nostra salvezza è possibile nonostante il nostro male, perché Cristo sarà sempre con noi;

una povertà di spirito, una povertà di sé che si traduce in desiderio di voler fare la volontà di Dio, nella  preghiera che non sia riconosciuta la nostra gloria, ma la sua;

una libertà che deriva dal sentirsi liberi dall’esito delle azioni umane, per cui possiamo operare indefessi anche quando il risultato apparente del nostro agire è nullo, perché la bontà del nostro operare è mendicare e domandare Cristo  nell’istante, chiedere che venga e si manifesti nella pochezza di quanto facciamo.

Colui che segue il Maestro vive la sequela, ovvero l’appartenenza alla Chiesa, presenza reale di Cristo nella storia. Per questo motivo genera sempre in Lui un popolo nuovo, ovvero ogni circostanza è l’occasione e la possibilità di creare un luogo di un’umanità nuova, speranzosa e lieta.

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