“Ma insomma, ve lo figurate? c’è da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero.

Cose che càpitano soltanto a Valdana, città disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici!”.

Questo è il famoso incipit di una delle più interessanti novelle di Pirandello: La signora Frola e il signor Ponza suo genero (1915).

Pirandello scrisse novelle per tutto l’arco della vita, pubblicando ben quindici tomi di quindici novelle ciascuno che avrebbero costituito poi due volumi dal titolo significativo di Novelle per un anno, editati postumi nel 1937, naturalmente rivisitati e corretti, con un’appendice di ventisei novelle inedite. Il progetto complessivo di Pirandello comprendeva ben ventiquattro libri di quindici novelle in modo da coprire tutti i giorni dell’anno.

Le novelle costituivano una fucina in cui lo scrittore lavorava materiale grezzo che sarebbe, poi, stato pronto per essere utilizzato in altri ambiti (teatrale o romanzesco). Proprio La signora Frola e il signor Ponza suo genero si sarebbe tramutata più tardi nell’opera teatrale Così è (se vi pare).

Un paese di nome Valdana è frastornato dall’arrivo di tre persone (il signor Ponza, la moglie e la signora Frola, suocera di lui) che hanno messo a dura prova la convinzione dei compaesani che esista una verità e che si possa davvero distinguere tra realtà e fantasia.

Una cosa di sicuro è certa: uno dei due, il signor Ponza o la signora Frola, deve essere per certo pazzo. Ma dal momento che non si riesce a comprendere chi dei due lo sia, il narratore è convinto che il prefetto dovrebbe dare lo sfratto ad entrambi «per la salute dell’anima degli abitanti di Valdana».

Qual è la storia? Il signor Ponza ha acquistato un appartamento per sé e la moglie e, nel contempo, ha fissato una piccola abitazione ammobigliata anche per la suocera, la Signora Frola.

Per quale ragione suocera e genero vivono in due case distinte, ma nello stesso paese? Per incompatibilità di carattere? All’inizio si pensa così. Molti credono che la maggior responsabilità sia del genero. Il suo aspetto è antipatico fin da subito:

“Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, un’intensità violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza”.

Viceversa, la signora Frola avvince con la sua simpatia:

“dai lineamenti fini, nobilissimi, e un’aria malinconica, ma d’una malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude l’affabilità con tutti,”

lei appare di primo acchito la vittima di un uomo che non solo relega in casa la moglie, ma anche le impedisce la visita della madre.

La signora Frola decanta, poi, le virtù del genero sottolineando la premura che lui mostra per la moglie nonché sua figlia, premura che arriva sino al punto di apparire gelosia. Appare quasi rassegnata al martirio.

Alle signore di Valdana che pensano di aver già compreso da che parte stia la verità il Signor Ponza  ribatte che la suocera è pazza ormai da quattro anni, dal momento in cui le è morta la figlia, che era la sua prima moglie:

Per puro dovere di carità verso un’infelice, egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia.

Poco tempo dopo la visita del signor Ponza alle signore di Valdana compare dinanzi a loro la signora Frola a spiegare che lei non ha attribuito il titolo di pazzo al genero solo perché è un funzionario pubblico e non vorrebbe rovinare la sua carriera, ma

“il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell’andar dicendo che la pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola”.

Con la sua esagerata gelosia il signor Ponza ha rischiato di uccidere la moglie tanto che questa, sottrattagli di nascosto, è stata per qualche tempo rinchiusa in una casa di cura. E a questo punto lui si è convinto che fosse morta. Quando, poi, è comparsa dopo un anno a casa del marito, il signor Ponza ha creduto che fosse un’altra donna e con l’aiuto di parenti e di amici si è simulato un nuovo matrimonio.

Questa è la versione della signora Frola secondo la quale il genero da un po’ di tempo è rientrato nelle sue facoltà mentali, ma continua a simulare per tenere tutta per sé la moglie. Quale prova adduce la signora Ponza? Il fatto che il genero le mostra infinite cure, ingiustificabili se lui credesse davvero che quella che ha con sé sia una seconda moglie.

Intanto, però, conclude la signora Frola, lei deve fingere di essere pazza e la figlia deve simulare di essere un’altra persona. «Chi è il pazzo? Dov’è la realtà? dove il fantasma?».

Come si potrebbe scoprire la verità? Non certo chiedendo l’identità alla moglie del signor Ponza dinanzi ad uno dei due, perché lei risponderebbe di essere la prima moglie dinanzi alla signora Frola e la seconda moglie davanti al marito. Bisognerebbe parlare con lei da sola. Ma questo è impossibile, perché il signor Ponza tiene la moglie relegata e lontana da tutti.

“Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano tutt’e due, l’uno per l’altra, un meraviglioso spirito di sacrifizio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dell’altro la considerazione più squisitamente pietosa. Ragionano tutt’e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che l’uno dei due era pazzo, se non l’avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza”.

Davvero è impossibile «comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà».

La novella mostra come si sia smarrita la via per raggiungere la verità nell’epoca contemporanea. La ricerca della verità ha, quindi, a che fare, innanzitutto, con un problema metodologico.

Nel dramma teatrale Così è se vi pare rispetto al racconto compaiono nuovi personaggi che cercano di risolvere l’enigma.

Ecco le vie che il consigliere Agazzi, superiore del signor Ponza, escogita per trovare la verità. In primo luogo, invita ad un incontro sia il signor Ponza che la signora Frola. Il genero aggredisce, però, la suocera con urla. Si scuserà più tardi affermando che doveva conservare la maschera del pazzo per mantenere viva la signora Frola.

In secondo luogo, fa condurre a casa propria l’unica persona che possa stabilire in via definitiva chi abbia ragione: la moglie del signor Ponza, che nel dramma è chiamata Giulia. Lei appare in scena coperta da un velo nero, impenetrabile. Appena la vede, la signora Frola le si fa incontro e l’abbraccia. Allora il signor Ponza inveisce: «Ah! Questo hanno fatto! L’avevo detto io! Si sono approfittati così, vigliaccamente, della mia buona fede?».

Il prefetto chiede allora alla donna di rivelare la sua identità. Ecco la risposta:

 

Che cosa? La verità: è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola, – e la seconda moglie del signor Ponza; sì, e per me nessuna! Nessuna!

 

E ancora all’insistenza del prefetto conclude: «Per me, io sono colei che mi si crede!». Un verso finale, un endecasillabo, sembra sigillare il dramma come nelle tragedie infernali dantesche chiuse sempre da un verso lapidario e tombale. La donna è chiusa in una forma che coincide con la visione che l’interlocutore ha su di lei.

Dopo una risata sardonica, il cognato di Agazzi, Lamberto Laudisi, decreta: «Ed ecco, o signori, come parla la verità! Siete contenti?».

Ognuno è convinto di essere interprete della verità e di averla trovata. Nessuna strada, neppure quella più attenta e analitica, permette, però, di scoprire come stiano davvero le cose.

Una volta ancora, Pirandello profetizza il relativismo gnoseologico e culturale dell’epoca contemporanea.

Il presupposto che la verità non ci sia oppure che ci siano tante verità (che è come dire che la verità non esista) o che non ci sia una strada per raggiungerla annienta all’origine ogni possibilità di reale comunicazione, di dialogo interculturale,  di educazione.

Non ci può essere comunicazione, perché non si può pensare di mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro. Lo scetticismo, nel tempo, diventerà motivo di sconforto, di aridità, di poca volontà di costruire e di realizzare per il bene di sé e degli altri.

Non ci può essere vero dialogo interculturale tra popoli diversi, perché nel dialogo bisogna avere piena consapevolezza della propria posizione e della propria identità.

Non può esistere una reale educazione, perché si educa introducendo qualcuno nella realtà secondo un’ipotesi esplicativa della stessa, ipotesi che deve essere, quindi, considerata come buona e attendibile. Non ci si può addentrare in una stanza completamente al buio senza alcuno strumento d’illuminazione, occorre l’uso di una luce che in qualche modo illumini qualche particolare della stanza.

Non ci può essere cultura, perché tutto il sapere, la crescita e l’evoluzione nel campo della cultura e della tecnologia partono dal presupposto di tributare fiducia alla tradizione che ti è stata consegnata fino a quel momento: se l’uomo dovesse rifare ogni volta tutti i passaggi dello sviluppo scientifico, a partire dalla ruota e dal fuoco, per verificarli, lo sviluppo umano non procederebbe più.

Tutti coloro che negano ideologicamente e aprioristicamente l’esistenza della verità sono costretti in maniera surrettizia a reintrodurla e a considerarla valida nei loro discorsi. (tratto da PIRANDELLO IN CERCA D’AUTORE. UNA RILETTURA, edizioni Ares, cap. XVIII).

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