Siamo nel canto XIII dell’Inferno, il canto dei suicidi e degli scialacquatori, i primi trasformati in pianta, i secondi nudi e condannati a correre, anche se invano, perché comunque graffiati da cagne fameliche.

Appena entrato nella selva, Dante sente dei rumori strani. Viene allora invitato da Virgilio a strappare un ramo. Il sommo poeta riprende allora il celebre episodio di Polidoro, tratto dal III libro dell’Eneide. L’allusione di Dante («Perché mi schiante?» Inf. XIII, v. 33, «Perché mi scerpi?» v. 35) al testo virgiliano («Quid miserum, Aenea, laceras?», Eneide III, v. 41 ovvero «Perché, Enea, laceri me infelice?») non è un semplice sfoggio di cultura o solo un omaggio al maestro, ma ci vuole introdurre in un’atmosfera di misfatto, di oltraggio nei confronti dell’ordine naturale e divino. Il lettore del canto dantesco, infatti, richiamando alla memoria l’azione scellerata compiuta dallo zio Polimestore nei confronti di Polidoro, delitto che viola la pietas e i naturali rapporti di parentela, si introduce in un’aura surreale, abitata in apparenza da fantasmi. Il bosco è, in realtà, la metamorfosi di chi ha compiuto un gesto altrettanto contro natura di quello di Polimestore, di chi, cioè, ha scisso quell’unità inscindibile tra anima e corpo attraverso il suicidio.

 

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