Come spesso accade, in attesa della prima campanella, è sorto un interessante dibattito sulla scuola che ci attende, a partire dall’articolo del noto critico Asor Rosa intitolato «La scuola nella mani dei barbari» pubblicato su Repubblica, seguito, tra gli altri, dagli interventi di Stefano Bartezzaghi «Perché ai ragazzi non serve un anno di scuola in meno ma cent’anni di libri in più» sempre su Repubblica e di Davide Brullo «Scuola moderna non significa meno Petrarca e più Cognetti» su Il Giornale.

Quale scuola ci attende allora in Italia? Quale prospettiva e quali ragioni guidano le riforme della scuola avanzate in questi anni prima attraverso la Buona scuola, poi con il Decreto Legge approvato alle Camere sugli Esami di Stato e, infine, con la sperimentazione che verrà avviata quest’anno sull’abbassamento del numero degli anni delle superiori da cinque a quattro? Quali sono le certezze, le fondamenta su cui è possibile costruire un edificio ben solido e non suscettibile a qualsiasi sommovimento della Terra o, peggio ancora, alla semplice brezza del vento?

Scrivo da insegnante, genitore, persona appassionata da sempre al mondo della scuola, fin da quando ero studente alle elementari (perché allora si chiamavano così). Sono vent’anni che insegno nelle scuole superiori e la mia esperienza mi ha permesso di attraversare differenti realtà, dal mondo delle professionali fino ai Licei (classico, scientifico tradizionale e delle scienze applicate).

Vivo da ben quarant’anni nel mondo della scuola, in maniera ininterrotta, come studente, educatore, insegnante. In questi otto lustri ho visto modificare le proposte pedagogiche, le terminologie riguardo ai programmi e alle metodologie di lavoro. Sembra che tutto debba ogni volta cambiare perché fin a quel momento si è sbagliato tutto e allora si deve riformare. Parola d’ordine? «Modernità» che è sinonimo di «stare al passo con i tempi».

Ecco alcuni esempi. Nel 2013 sembrava che si potesse aggiornare la scuola mandando in cantina i libri cartacei per avvalersi del tablet, del computer, del digitale. E ancora sono state decurtate le ore di Storia e di Geografia, di Latino in modo da favorire materie più moderne. Meno materie umanistiche, più Informatica e Inglese. Negli ultimi anni questo accade già dalla scuola primaria. Qual è il risultato? Semplice la risposta. L’Italiano (grammatica, scrittura, etc.) e la Matematica sono sempre meno conosciuti in nome dell’Informatica, dell’Inglese, etc. Prendete gli studenti alla fine del primo anno della Scuola Superiore di primo grado e provate a verificare se conoscano meglio o peggio l’Inglese rispetto a chi studiava la materia per un solo anno trenta o quarant’anni fa. La risposta sarà sconcertante. Come è possibile che i ragazzi di oggi, che studiano l’Inglese già dalla scuola dell’infanzia, dopo otto anni di incontro con una lingua straniera, abbiano una conoscenza del tutto insoddisfacente? È sufficiente inserire l’Inglese nello studio, riformare i programmi per raggiungere una cultura e una competenza maggiori? Evidentemente no. Per queste ragioni da anni la scuola ha inserito la nuova parola d’ordine «competenze», che sembra debba sostituire la cultura. Non mi addentro in un approfondimento che sarebbe lungo, certo interessante, ma non l’obiettivo di questo articolo.

La scuola, oggi come duemila anni fa, è fatta da insegnanti. Sentite cosa scriveva Quintiliano al riguardo di un maestro: «Nei confronti dei suoi discepoli, il docente, anzitutto, assuma i sentimenti di un padre, e sia convinto di prendere il posto di quanti gli affidano i figli. Egli non abbia vizi e non li ammetta negli altri. La sua serietà non diventi cupa e la sua affabilità non sia sguaiata, affinché, a causa della prima, non gli venga antipatia e, a causa della seconda, scarso rispetto. Parli spesso di ciò che è onesto e di ciò che è bene: infatti, quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà. Si adiri il meno possibile, ma non finga di non vedere i difetti da correggere, sia semplice nelle spiegazioni, resistente alla fatica, assiduo ma non eccessivo. Risponda volentieri a chi gli fa domande, di sua iniziativa interroghi chi non gliene pone. Nel lodare le esercitazioni degli allievi non sia né troppo stretto né troppo largo, poiché il primo atteggiamento rende noioso lo studio, il secondo genera eccessiva sicurezza. Quando corregge gli errori non si mostri aspro e offenda il meno possibile, perché il fatto che alcuni biasimino i ragazzi quasi come se provassero astio verso di loro ne allontana molti dal proposito di studiare».

Quante volte, oggi come un tempo, una materia non viene comunicata agli alunni perché manca una posizione corretta da parte dell’adulto di porsi di fronte al ragazzo. Vanno coniugate professionalità e umanità. Entrambi i fattori si devono compendiare, l’uno non ha efficacia piena senza l’altro. L’insegnante dovrà essere in grado di mantenere la disciplina, che non è il fine dell’educazione, ma requisito fondamentale e imprescindibile, punto di partenza perché possa instaurarsi un rapporto educativo.

e che l’unica vera riforma è cercare e seguire la verità? Per riformare si deve, quindi, partire dalle esperienze vere già testimoniate nel passato, non pensare che ciò che è del passato sia vecchio. Il cuore degli uomini è, infatti, immutabile.

Punteremo ora la nostra attenzione su alcune domande sorte dal dibattito sui quotidiani degli ultimi giorni a cui si è accennato in apertura di articolo.

Due sono le questioni, tra le tante che sono emerse, su cui intendo riflettere. La prima è l’opportunità di ridurre di un anno la scuola superiore. Credo che sia possibile solo riformando l’intero impianto scolastico. Si dovrebbe eliminare la scuola secondaria di primo grado, aumentare di un anno la scuola primaria e di un anno quella secondaria di secondo grado. Il percorso scolastico sarebbe, così, di dodici anni, ma potrebbe avere dei benefici. Gli studenti di undici anni, che di solito devono essere accolti e valutati all’inizio del percorso della secondaria di primo grado, potrebbero sentirsi meno spaesati se accompagnati ancora dalla maestra della primaria. Quest’ultimo anno potrebbe avere anche una valenza orientativa in modo che gli studenti possano scegliere la scuola superiore più adatta alle proprie capacità, competenze, desideri e passioni. Si risolverebbe il problema di una scuola secondaria di primo grado che troppo spesso è parcheggio di tanti studenti che non vogliono studiare. Si potrebbe pensare anche alla distinzione nei sei anni di superiori di un biennio di partenza comune per diversi indirizzi di scuola e quattro anni successivi di specializzazione. Credo che i vantaggi in una riforma di questo tipo sarebbero molteplici.

Di natura psicologica per gli studenti, che in un’età critica (dagli undici ai quattordici anni) si trovano senza una guida, un maestro, un riferimento già trovato, in una terra di nessuno, in una situazione di passaggio che di per sé ha per loro solo il significato di transitorietà: sensazione opposta a quella della primaria in cui il bambino vorrebbe rimanere per sempre o a quella della secondaria di secondo grado che è caratterizzante un percorso o una scelta.

I vantaggi potrebbero, però, essere anche di natura culturale, perché credo che un percorso di sei anni più sei permetterebbe di ottimizzare i tempi dello studio, di favorire gli approfondimenti senza ripetizioni talvolta inutili e sterili, di accertarsi che gli apprendimenti e le competenze siano acquisiti. Chiaramente questa proposta di riforma sarebbe tutta da dettagliare e da valutare nelle ipotesi attuative.

Viceversa, non credo che la riduzione di un anno delle secondarie di secondo grado possa portare benefici, se manteniamo l’impianto scolastico attuale. La riforma non può riguardare solo la fine di un percorso senza toccare nel profondo l’intero impianto scolastico fin dalla scuola primaria.

L’altra questione interessante sorta nel dibattito riguarda lo studio del Novecento nell’ultimo anno delle superiori. Di questo parleremo nel prossimo articolo. (pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 29/8/2017)

Commenta questo Articolo