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Pensieri e parole di Santa Teresa di Calcutta PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per madre teresa di calcuttaSULLE OPERE

«Non conta quanti malati guarisci» diceva Madre Teresa di Calcutta «ma la testimonianza che dai: vedono che c’è qualcuno che si prende cura di loro ed è questo che conta». Abbiamo tutti bisogno di testimoni e di testimonianze per sostenere la nostra speranza. E Madre Teresa è stata una testimone straordinaria che il Signore ha donato al nostro tempo, un gigante nella fede e nelle opere, lei che pure era cosciente che tutto «quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse all’oceano mancherebbe».

SULLA VOCAZIONE

Madre Teresa era giovanissima quando sentì la chiamata. Intervistata al riguardo, rispose: «Avevo dodici anni, quando nella cerchia familiare per la prima volta desiderai di appartenere completamente a Dio. Ci pensai pregando per sei anni. […] Mi aiutò molto la Madonna […] di Montenegro». Per capire meglio si confrontò con padre Franjo. Alla domanda su come si manifestasse la vocazione personale, questi le rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». Non si può mentire a se stessi, al proprio cuore. Non si può mentire sulla propria felicità.

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Il fatto che può portare davvero la pace nel mondo PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per tregua di natale 1914Una notte accade un fatto

È il Natale del 1914, il primo da quando è iniziata la Grande Guerra. Sul fronte occidentale accade un fatto sorprendente, inaspettato, non imposto dai Comandi supremi, ma sorto spontaneamente da un sentimento di fratellanza dei soldati di entrambi gli schieramenti: i soldati delle fazioni opposte depongono le armi, si scambiano gli auguri, intonano canti natalizie, giocano insieme. È una tregua non ufficiale, che dura, però, per alcuni giorni, testimoniata da diari, lettere, documenti fotografici. Uno spiraglio di luce nel buio della tragedia della guerra, che sembra preludere a possibilità di pace. Ma gli Stati Maggiori non solo condannano l’accaduto, ma cercano anche di censurarne le tracce.

La lettera di un soldato

Un soldato inglese di nome Tom, coinvolto nella guerra sul fronte occidentale, testimone della tregua di Natale, racconta alla sorella il sorprendente fatto:

«Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare. Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d'artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle.

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Tutti uniti per il restauro della Natività a Betlemme PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per restauro della natività a BetlemmeLa Basilica della Natività di Betlemme è uno dei luoghi di pellegrinaggio più visitati della Terrasanta. Edificata intorno al 330 su iniziativa dell’Imperatore Costantino e della madre Elena, la Basilica si erge sui luoghi dove per la tradizione è nato Gesù. Sotto l’abside, sono collocate due scale che conducono alla grotta della Natività. Nel VI secolo la Basilica venne sottoposta a lavori di restauro, il pavimento venne innalzato di un metro e venne introdotto un nartece. 

Nel corso dei secoli, attorno alla struttura, vennero costruiti un convento francescano, un monastero ortodosso e uno armeno. Per questo le tre Chiese (Cattolica, Ortodossa e Armena) gestiscono oggi il luogo di culto, che è divenuto patrimonio Unesco dal 2012. Da decenni, però, l’edificio sacro richiedeva lavori di risistemazione, soprattutto per l’infiltrazione d’acqua attraverso il tetto. Trovata un’intesa tra le tre Chiese nel 2008 e avviati i lavori scientifici, l’Autorità Palestinese ha finalmente emesso un bando d’appalto per il restauro del tetto e delle vetrate della Basilica, vinto dall’azienda italiana Piacenti S.p.a., con sede a Prato. Da tre anni  l’azienda sta eseguendo i lavori. 

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Premio Cultura Cattolica a padre Samir. Chi è don Didimo,il fondatore di Cultura Cattolica? PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per padre samir khalil samirGesuita, islamologo, considerato uno dei massimi esperti del pensiero arabo cristiano e arabo musulmano, padre Samir Khalil Samir è il vincitore del Premio Cultura Cattolica, alla XXXIV edizione. Tra le ragioni dell’assegnazione del premio si legge: «Autore di una sessantina di libri (in italiano l’Editore Marietti ha pubblicato nel 2002 Cento domande sull’Islam, tradotto finora in sei lingue) e di circa cinquecento articoli scientifici, P. Samir è anche un instancabile organizzatore di convegni in tutto il mondo, al fine di promuovere un dialogo aperto, e per questo senza sconti, tra mondo arabo e mondo occidentale, sconvolti oggi dai tragici eventi terroristici di matrice islamica. La sua straordinaria conoscenza di questi due mondi, il suo coraggio intellettuale, la sua umiltà e la sua fede, assimilata alla scuola di Sant’Ignazio, ne fanno una delle figure più alte e più preziose della cultura cattolica contemporanea».

Sorta nell’ottobre del 1981, la Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa è uno dei frutti vivi dell’opera educativa di don Didimo Mantiero e discute i temi fondamentali della vita e della cultura contemporanea alla luce del magistero della chiesa. Il Premio internazionale della Scuola di Cultura Cattolica nasce poco più tardi con l’obiettivo di indicare al pubblico delle personalità che, nel loro specifico ambito di competenza, abbiano saputo «fare della fede cultura», come diceva papa Giovanni Paolo II.

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«È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, ad ogni istante».Buon anno scolastico, ragazzi PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per inizio della scuola classeQuando un amico, un figlio, una persona cara compiono gli anni, abbiamo il desiderio di porgere loro con grande affetto i più sinceri auguri. Questo accade anche per altre occorrenze come il Natale, l’inizio di un anno nuovo, più in generale quando comincia una nuova avventura. Che cosa descrive l’espressione «augurio»? L’etimo latino ci aiuta a cogliere la bellezza del termine. Il verbo latino augere significa «aumentare», «accrescere»: l’augurio è la sincera speranza che l’esperienza che sta per iniziare possa migliorare la tua persona, farla crescere, permetterle di diventare più pienamente umana.

            Credo, quindi, che non ci sia modo più bello e vero per iniziare un anno scolastico che quello di augurare ai propri studenti un buon anno partendo da un pensiero, da una citazione, da un auspicio.

Qualche tempo fa uno studente mi scrisse: «Oggi lei ci ha letto una lettera, un augurio che l’anno scolastico che trascorreremo insieme possa essere bello e pieno di grandi occasioni di vita. È la prima volta che un insegnante mi fa un augurio di questo tipo. Di solito nella prima lezione gli insegnanti ci spaventano prospettandoci tutto quanto dovremo studiare e le fatiche che dovremo affrontare. Spero di non deludere il mio nuovo professore». Mi ha molto colpito quel ragazzo, perché con parole semplici ha mostrato il segreto dell’apprendimento: il rapporto di fiducia e di affetto che si crea tra due persone. Se un bimbo non vuole deludere la mamma, se uno studente non vuole disattendere le aspettative dell’insegnante, se un ragazzo è colpito dall’adulto e comprende che questi cammina con lui nell’affascinante avventura della scoperta della realtà, allora il cammino della crescita spaventa meno, diventa conquista e apertura di una nuova finestra sulla vita.

In questi giorni nelle classi che ho incontrato sono partito da questo augurio.

 

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«Eugenio Corti era fondato sulla fede». Lo scrittore raccontato dalla moglie Vanda PDF Stampa E-mail

Risultati immagini per Corti e VandaVanda, moglie di Eugenio Corti, continua a scoprire del marito scrittore sempre qualcosa di nuovo, di impensato. Il cantiere nascosto di Corti è molto ampio, ricco di tesori. Non comprende solo le lettere, ma anche un diario che Eugenio tenne da giovane. Vanda lo legge soltanto ora. Eugenio era molto discreto con lei, parlava e si confrontava con lei sulla vita, ma conservava sempre una certa riservatezza sul proprio lavoro e sul diario. Su quelle pagine memoriali Eugenio racconta spesso ricordando il passato, altre volte in presa diretta, mentre i fatti stanno accadendo. Lo Zibaldone di Corti arriva fino al 1945. Queste pagine sono un’immensa sorpresa pure per Vanda, che è stata sposata con lui per sessantacinque anni.

Ho avuto modo di intervistarla e di parlare amabilmente con lei qualche giorno fa, il 22 agosto, poche ore prima che tenesse un incontro al Meeting di Rimini per parlare dell’ultima opera postuma di Eugenio, la silloge «Io ritornerò» (edita da Ares) che raccoglie le lettere e i testi delle cartoline scritte da Corti durante la guerra, dal 6 giugno 1942 al 29 gennaio 1943. Ho trovato Vanda Corti una donna ancor forte e giovane di tempra, piena della gioiosa memoria del marito, ben cosciente dell’importanza di perpetuarne il valore dell’esperienza umana ed artistica e della testimonianza storica. Mi è apparsa come investita di un compito, erede della missione che aveva fino allora svolto il marito. Da un lato Vanda è desiderosa di salvare integralmente la memoria di Eugenio attraverso tutte le testimonianze scritte da lui lasciate, proprio come la seconda moglie di Manzoni, quella Teresa Borri che custodiva in maniera certosina tutto quanto scriveva il marito o i documenti che lo riguardassero; dall’altro vive in maniera forte il senso della sua presenza. Questo è quanto ho avvertito nelle sue parole.

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Gianna Beretta Molla, la santa del matrimonio e della quotidianità PDF Stampa E-mail

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Storia e lettere della santa che si sacrificò per far nascere la figlia. Una testimone dell’amore vero

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La geniale pedagogia di Dante PDF Stampa E-mail

altTutti noi nella vita, come Dante all’inizio della cantica dell’Inferno, abbiamo pensato di poter fare a meno di un maestro, vorremmo contare solo sulle nostre forze e sulle nostre energie e salire da soli quel «colle luminoso» che vediamo davanti a noi, che rappresenta la via buona, la verità. Dante inizia, così, a salire da solo. Tre fiere si presentano davanti a Dante e l’ultima, la lupa, lo risospinge «là dove ‘l sol tace». Un imprevisto è la sola speranza, l’incontro gratuito e insperato che ci salva la vita. Scrive il sommo poeta: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,/ dinanzi a li occhi mi si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco». Quel verbo «offerto» indica che in quella situazione di crisi e di difficoltà viene donato al Dante viator un incontro imprevisto, immeritato, gratuito. Non sono i suoi meriti, le sue capacità a salvarlo. Ciò che lo salva è la sua capacità di domandare aiuto, la sua mendicanza che subentra all’iniziale desiderio di totale autonomia tanto che grida: «Miserere di me  […]/ qual che tu sii, od ombra od omo certo». La lupa, ovvero la cupidigia, il desiderio di essere sempre più potenti, più prestigiosi, più ricchi, non permette ad alcuno di intraprendere la via del bene  e della felicità, «ché […] non lascia altrui passar per la sua via,/ ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide». Questa bestia opererà sulla Terra, finché non giungerà il veltro che la ricaccerà all’Inferno, là da dove proviene. Ecco la prima profezia dantesca, quella del veltro, un personaggio storico che nascerà «tra feltro e feltro» (in povertà o tra Feltre  e Montefeltro?) oppure lo stesso Cristo che ritornerà nella gloria (parusia). Non intendiamo qui soffermarci su questa profezia che verrà ripresa alla fine del canto XXXIII del Purgatorio (come dimostra Barbara Reynolds nel suo Dante). Certo è che, dopo le parole di Virgilio, vinta ogni paura, Dante viator appare propenso a partire tanto da esclamare: «Poeta, io ti richeggio/ per quello Dio che tu non conoscesti,/ a ciò ch’io fugga questo male e peggio,/ che tu mi meni là dov’or dicesti,/ sì ch’io veggia la porta di san Pietro/ e color cui tu fai cotanto mesti». Allora il maestro Virgilio si muove e il discepolo lo segue.

Può bastare un discorso per convincere un uomo, per sfrondare tutte le paure, per suscitare un impavido desiderio di giungere quanto prima alla meta? Tutti noi capiamo che le parole sono insufficienti, di fronte alle difficoltà della vita, ma, poi, spesso ci accontentiamo di fare prediche, di tenere discorsi e ci stupiamo se l’interlocutore non apprende subito la lezione e non si muove.

         

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Chiesa e Impero, politica e religione. La lezione di Dante. PDF Stampa E-mail

altIn un’epoca come la nostra in cui sembra concretizzarsi il disinteresse per la politica profetizzato dall’intellettuale francese Alexis de Tocqueville (1805-1859), in cui si è spesso persa la consapevolezza che l’impegno politico è per il bene comune, giova ricordare la lezione di Dante, quale emerge non solo dalla sua azione indefessa e imparziale all’interno del comune fiorentino prima dell’esilio di cui si è già trattato, ma anche dall’opera principale che dedicò all’attività politica, ovvero il De monarchia.

            Composto probabilmente durante la discesa di Arrigo VII in Italia (quindi tra il 1311 e il 1313) o negli anni successivi alla sua morte, il De monarchia è scritto in latino e strutturato in tre libri che rispondono a tre domande: se l’Impero sia necessario al buon ordine del mondo, se il popolo romano abbia acquisito il diritto all’Impero per una visione provvidenziale, se l’autorità dell’imperatore derivi direttamente da Dio o da un suo ministro. A differenza del Convivio e del De vulgari eloquentia, il trattato è completato.

All’epoca della sua diffusione l’opera venne strumentalizzata dai sostenitori delle tesi filo imperiali oppure fu considerata anacronistica, perché rilanciava le due istituzioni tipicamente medioevali, Impero e Chiesa, ormai pienamente in crisi nei primi decenni del Trecento. Fu persino bruciata al rogo nel 1329. Più tardi, nel Cinquecento, venne posta all’indice per secoli, fino al 1881. Da altri venne interpretata e asservita a fini politici.

Ora, al di là delle strumentalizzazioni che ne sono state fatte, gioverà riflettere su alcune considerazioni del trattato per giudicare più correttamente e senza pregiudizi il valore della posizione di Dante.

La necessità dell’Impero è giustificata dal fatto che l’unità imperiale permette la pace che è, a sua volta, la condizione indispensabile perché ciascun uomo possa perseguire il fine della vita umana, la felicità. In pratica l’Impero (oggi noi potremmo dire lo Stato) appare come strumento dell’uomo e della persona, non certo il fine.  Dante insiste sul fatto che due sono i fini della vita umana, la felicità di questa terra e la beatitudine nell’altro mondo, ovvero la felicità per sempre. In questo contesto Dante sottolinea l’importanza della presenza di un’autorità morale e religiosa cui far riferimento, da lui identificata nel papato. Quindi, unità territoriale in una realtà politica unica e riferimento morale appaiono come la possibilità di garanzia di una condizione che permetta la crescita dell’uomo.

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“Quando muore un Santo, è la morte che muore” PDF Stampa E-mail

alt«Ho raccontato la morte di molti santi, ma tutti mi hanno confermato la verità di questa antica intuizione cristiana: “Quando muore un Santo, è la morte che muore!”». Così scrive Padre Antonio Sicari in Come muoiono i santi. Cento racconti di risurrezione (Ares edizioni).

Poi Padre Sicari aggiunge: «I santi non hanno temuto la morte». Aggiunge Padre Sicari. «Alcuni l’hanno incontrata prematuramente, in giovane età, quasi consumati da un amore impaziente per Dio e anche, oserei dire, da parte di Dio. […] Alcuni l’hanno desiderata, in un impeto mistico del cuore che li spingeva a pregare perché lo Sposo Cristo affrettasse la sua venuta. Altri l’hanno attesa e vissuta con estremo dolore, ma perché erano chiamati dall’amore a rivivere le ore drammatiche del Venerdì santo. Alcuni l’hanno quasi “cercata” nello spasimo di consumarsi interamente in “opere e opere” di carità e di missione. Altri l’hanno gustata a tarda età, “sazi di giorni”, felicemente stanchi per un lunghissimo lavoro condotto nella vigna del signore». Tutti loro sono andati «incontro alla morte con la certezza gioiosa di abbracciare la Vita, dopo che in terra si è potuto umanamente contemplare il Germe della Salvezza».

Sacerdote e teologo, fondatore del «Movimento Ecclesiale Carmelitano», Padre Antonio Sicari (1943) ha divulgato la vita di molti santi attraverso la celebre collana di «Ritratti di Santi». Ha messo in luce le loro caratteristiche, quelle precedenti alla conversione radicale all’amore per Cristo, quegli aspetti della loro persona che sono stati trasfigurati dall’incontro con Gesù. Infatti, Dio «quando ci impegna per la sua lotta, ci prende come siamo tutti interi: il buono e il cattivo. Se metti un ceppo al fuoco, tutto brucia: anche i vermi che lo divorano» (È mezzanotte, Dottor Schweitzer).

Ora, in una sorprendente ed efficacissima sintesi, ci propone una scelta di cento santi, presentati tutti nel momento in cui si appropinquano all’incontro con l’amato Gesù nel passaggio da questa vita a quell’altra che durerà per l’eternità.

Padre Sicari ha scelto quasi solo santi del secondo millennio, perché più vicini alla nostra contemporaneità, e li ha divisi, per esigenze didascaliche, in gruppi, che sottolineassero alcune prerogative della loro personalità e gli ultimi giorni di vita: «Morire martiri», «Morire d’amore», «Morire di passione ecclesiale», «Morire di carità materna», «Morire di carità paterna», «Morire di fatiche apostoliche», «Morire innocenti», «Morire santi».

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TEMPI.IT. PERCHÉ UN UOMO CONTEMPORANEO DOVREBBE STUDIARE LA COMMEDIA? PDF Stampa E-mail

altNel 2012 la Divina commedia è stata accusata di essere profondamente offensiva, razzista, antieducativa. Valentina Sereni, Presidente di Gherush92, organizzazione di ricercatori e professionisti che svolge progetti di educazione allo sviluppo e ai diritti umani, accreditata presso l’ONU, le ha mosso queste critiche: «Il pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all'antisemitismo e al razzismo. Studiando la Divina Commediai giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un'opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti. […] Nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti».

Andrebbe per questo eliminato il suo studio nei programmi scolastici, perché antisemita, islamofoba, addirittura contro i sodomiti o almeno si dovrebbero «inserire i necessari commenti e chiarimenti». La Commedia contribuirebbe a «diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti». Ma noi ci chiediamo se chi ha espresso queste opinioni abbia davvero letto il capolavoro dantesco, se abbia visto che il poeta, in base ai suoi principi, ha collocato anche papi e imperatori all’Inferno? Ha visto che i sodomiti non sono collocati solo all’Inferno, ma anche nel Purgatorio, proprio come i peccatori lussuriosi eterosessuali che possono essere collocati all’Inferno o in Purgatorio? La discriminante non è il tipo di peccato, ma il desiderio che si tramuta in domanda di essere perdonato. Quello che sorprende è che non sia stato espresso un giudizio negativo sul fatto che Dante punisca le colpe degli eterosessuali, dal momento che nella società di oggi vige una morale lassista e libertina che considera come positivo e del tutto consono alla vita umana «sottomettere la ragione al talento», cioè all’inclinazione naturale. Insomma il discorso dell’associazione non regge neanche se lo si considera dall’interno, a partire dalla logica delle accuse mosse. Nella Commedia sarebbero discriminati tutti coloro che sono stati violenti, assassini, golosi, avari, prodighi, fraudolenti, etc. insomma tutti i peccatori. Perché un goloso non dovrebbe sentirsi indignato alla lettura del testo? L’obiezione ci fa sorridere e giustamente.

Di cosa sono espressione questi attacchi alla Commedia? Di tutela per i diritti umani o di intolleranza nei confronti del cristianesimo? Di apertura all’altro o della dittatura di quello che nel 2005 l’allora Cardinale Joseph Ratzinger nella Missa pro eligendo romano pontefice aveva chiamato dittatura del relativismo? In effetti, ciò che muove queste accuse non è un discorso logico, ma ideologico.

 

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