Nell’uomo ridotto a sola materia il principio economico diventa idolo assoluto. È necessario premettere che intendiamo qui il termine «economico» proprio nella sua accezione di «pertinente alla economia», ovvero alla soddisfazione di bisogni materiali illimitati con beni che sono invece limitati.

Quando affermiamo che il principio economico è diventato un idolo, intendiamo dire che qualsiasi bisogno materiale viene assunto come esigenza imprescindibile per l’uomo, da soddisfare ad ogni costo. Diventa, cioè, diritto e in quanto tale deve essere rispettato, anche a costo di utilizzare mezzi non propriamente buoni.

Nel contempo qualsiasi desiderio umano può diventare bisogno da soddisfare e, quindi, diritto. Nasce la società in cui si godono solo dei diritti e mancano i doveri e le responsabilità. In una cultura siffatta è anche facile indurre bisogni che in realtà non siano tali. Il sistema di potere (non solo politico, ma anche economico) controlla, gestisce e sfrutta più facilmente uomini che non siano coscienti del proprio cuore e, quindi, della propria domanda di verità e di felicità infinita.

Una volta che la società non ha più una struttura sacra, una volta che gli assetti sociali e i modi d’azione non sono più fondati sull’ordine delle cose o sulla volontà di Dio, essi sono, in certo senso, del primo che allunga la mano per impossessarsene. Diventa possibile rimodellarli e con essi le loro conseguenze per la felicità e il benessere degli individui. D’ora in avanti, il metro è quello della ragione strumentale.

Coscienze, leggi, istruzione, la stessa educazione possono divenire lo specchio di un sistema economico, più che rivelatrici di una cultura che, nata dall’umano, cerca di rispondere alle domande dell’uomo.

C’è anche la diffusa e  sgradevole sensazione che la   ragione strumentale non solo abbia allargato il suo raggio, ma minacci d’impadronirsi delle nostre vite. Il timore è che cose che dovrebbero essere determinate da criteri diversi vengano decise in termini di efficienza o di analisi costi-benefici.

Così l’efficientismo diviene uno dei miti del secolo scorso, propugnato dalla filosofia dell’americano John Dewey (1859-1952). L’efficienza diventa il fine di tutto, da perseguire ad ogni costo e sul cui altare immolare tante vittime sacrificali. Un’efficienza che non è mezzo, ma fine annienta l’umano e fa apparire la civiltà composta da ingranaggi di un meccanismo deterministico.

Il primato della ragione strumentale è evidente anche nel prestigio e nell’aura che circondano la tecnologia e che ci inducono a credere che dobbiamo cercare soluzioni tecnologiche anche quando quel che ci occorre è in realtà qualcosa di molto diverso.

Quando parliamo di uomo economico, non si vuole certo demonizzare un aspetto della realtà. Si intende, invece, descrivere quel fenomeno per cui l’uomo idolatra il possesso («la roba» per dirla con G. Verga, il denaro, le proprietà), il piacere o lo stesso progresso inteso come lo sviluppo tecnologico scientifico.

La roba

La produzione di G. Verga (1840-1923) è specchio della sua vita, del suo desiderio di successo e, nel contempo, del sacrificio delle radici, delle tradizioni e degli affetti in nome della conquista dell’obiettivo tanto agognato. Lo scrittore siciliano si trasferì da Catania a Firenze per approdare poi a Milano, la capitale economica ed editoriale dell’allora Regno d’Italia. Vagando per le diverse città, corteggiò spesso donne già impegnate e non creò radici affettive.

Il successo lo baciò non tanto per la vasta produzione romanzesca, che ottenne un certo consenso da parte della critica, pur se non di pubblico, ma in seguito alla sceneggiatura di una sua novella, quella «Cavalleria rusticana» che venne musicata da Mascagni e rappresentata alla Scala. Nel 1893 Verga ritornò in Sicilia, rinchiudendosi, a quanto è testimoniato, in un cupo silenzio e in una improduttività letteraria per quasi trent’anni. La sua vita è rappresentativa dell’ansia dell’uomo di oggi di conseguire successo.

Nella «Prefazione» al romanzo Eva Verga sostiene che la sua opera è specchio della società e della cultura in cui vive. Se i personaggi sono, spesso, scioperati e dissoluti, alla ricerca solo di donne e di denaro il pubblico non se la prenda con lui che scrive, ma con la società. Ecco le sue vive parole:

 

Non maledite l’arte che è la manifestazione dei vostri gusti. I Greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il «cancan» litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l’arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati.

 

In questo passo sono, per così dire, tratteggiate le distanze tra la cultura greca e quella moderna, tra una civiltà in cui l’arte aspirando al bello e al buono rivelava l’animo stesso dell’uomo e quella odierna in cui «la civiltà è il benessere». Al riguardo scrive Verga:

 

In fondo ad esso, quand’è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale. In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell’antipatia per tutto ciò che non è positivo – mettiamo pure l’arte scioperata – non c’è infine che la tavola e la donna. Viviamo in un’atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.

 

Per questo non può essere messa sotto processo l’arte

che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create, – voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l’onore là dove voi non lasciate che la borsa, – voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori sconosciuti, che l’arte raccoglie e che vi getta in faccia.

Tanti personaggi dei romanzi verghiani sono l’emblema di questa ricerca del successo, vittime predestinate della femme fatale. Un personaggio su tutti è, però, la stigmatizzazione dell’idolo della roba e del possesso, quel Mazzarò che è descritto nella novella «La roba». Cresciuto lontano dagli affetti familiari e dalle amicizie, dedito soltanto al lavoro, divenuto ragazzo inizia ad acquistare terreni con i soldi che riesce ad accantonare col sudore.

Ben presto il suo diventa un patrimonio non monetario, ma fondiario tanto che i suoi possedimenti assorbono anche quelli del barone presso cui lavorava e che si era nel tempo indebitato. Non un piacere o un affetto amicale o muliebre allieta, però, le sue giornate.

 

Non beveva vino, non fumava, non usava tabacco […]. Non aveva il vizio del gioco, né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre.

 

Quando gli muore la madre, ormai adulto e gran possidente, si dispiace solo del fatto che abbia dovuto impegnare «dodici tarì» per il suo funerale. La gente lo invidiava, ma

 

non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera e come quella testa che era un brillante avesse lavorato  giorno e notte, meglio di una macina di mulino, per fare la roba.

 

Il tempo passa inesorabile anche per Mazzarò, la vecchiaia incombe segnando sempre più la sua solitaria lamentela

Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla!

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