Nel Novecento Oscar Vladislav de L. Milosz, autore lituano (1877-1939), ci presenta un Don Giovanni diverso, simile a quello della tradizione solo nei primi trent’anni di vita. La storia da lui raccontataci parte, infatti, laddove gli autori sopra ricordati l’avevano lasciata. Miguel Manara è il  titolo dell’opera teatrale, divisa in quadri come a voler riprendere le sacre rappresentazioni medioevali: questi quadri hanno la funzione di atti, separati tra loro da un lasso di tempo spesso notevole, imperniati sui momenti salienti della vita del protagonista, realmente vissuto nella Siviglia  del Seicento.

Nel primo quadro Miguel Manara appare lacerato, quasi sfinito dal desiderio di felicità infinito che lo contraddistingue. Di fronte agli amici che lo invidiano o ammirano per il successo con le donne egli manifesta tutta la sua insoddisfazione e la sua tristezza: il passaggio da una donna all’altra è, infatti, in senso leopardiano da intendersi come il passaggio da un piacere all’altro alla ricerca di una felicità infinita, dell’amore assoluto. Il protagonista, nella sua licenziosità scevra di ogni morale e di ogni senso di responsabilità, riacquista qui una sua fisionomia umana, nel riappropriarsi di un cuore che gli altri Don Giovanni sembravano aver perso: anche nell’intorpidimento dei sensi e nel calcolo egoistico egli è pur mosso da quel desiderio di infinito che è legge dell’animo umano. È immorale, libertino, sfrontato tanto che osa esclamare:

“Vi giuro sul mio onore e sulla testa del vescovo di Roma che il vostro inferno non esiste, che non è mai arso se non nella testa di un Messia pazzo o di un cattivo monaco… Non raggiungere Dio è senz’altro un’inezia, ma perdere Satana è grande dolore e noia immensa, in fede mia”.

Ben cosciente del male, Miguel Manara ha attraversato l’universo dei piaceri:

Ho trascinato l’Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore, bestemmiatore, carnefice; ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d’uomo, e vedete”.

Come l’Innominato prova ad un certo punto un peso, un certo disgusto per le sue malefatte e per l’ebbrezza di piaceri che lascia un vuoto immenso:

Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto. Oggi le torcerei il collo sbadigliando… Ho sofferto, sofferto molto. L’angoscia mi ha fatto cenno, la gelosia mi ha parlato all’orecchio, la pietà mi ha preso alla gola. Anzi, furono questi i meno bugiardi dei miei piaceri”.

Miguel Manara è ben cosciente che al fondo del suo animo c’era il desiderio di cercare e raggiungere l’amore immenso tanto che arriva a dire ai suoi interlocutori nel primo quadro:

Certo, nella mia giovinezza, ho cercato anch’io, proprio come voi, la miserevole gioia, l’inquieta straniera che vi dona la sua vita e non vi dice il suo nome. Ma in me nacque presto il desiderio di inseguire ciò che voi non conoscerete mai: l’amore immenso, tenebroso e dolce. Più di una volta credetti di averlo afferrato: e non era che un fantasma di fiamma”.

Quale statura assume qui il personaggio a differenza del Don Giovanni della tradizione, ebbro di piacere e dimentico spesso del suo cuore: nella sua miseria, Miguel Manara riacquista dignità proprio nella consapevolezza della vertigine dell’”abisso di vita”che lui percepisce

“Come colmarlo, quest’abisso di vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai. È come un incendio marino che avventi la sua fiamma nel più profondo del nero nulla universale! È un desiderio di colmare le infinite possibilità!.

Queste domande riecheggiano  quelle di Leopardi nella lettera del 1823 all’amico belga Jacopssen, nel contempo richiamano il desiderio di un piacere infinito descritta dal Recanatese nello Zibaldone. Miguel Manara ha per tanto tempo tentato di colmare l’abisso di infinito che sentiva nel cuore con lo stupore di assaporare piaceri nuovi:

Una bellezza nuova, un nuovo dolore, un nuovo bene di cui presto ci si sazi, per meglio assaporare il vino di un male nuovo, una nuova vita, un infinito di vite nuove, ecco quello di cui ho bisogno, signori: semplicemente questo, e nulla di più”.

Anche a Miguel Manara, come è capitato all’Innominato a un certo punto della vita, accade di incontrare un volto diverso dagli altri, che colpisce per semplicità di cuore e letizia: è quello di Girolama Carillo. Siamo nel secondo quadro, ambientato tre mesi dopo il primo incontro tra la giovane sedicenne e il libertino trentenne. Il dialogo tra i due fa emergere la diversità del loro sguardo sulle cose e sulla realtà.

Sentiamo tutta la forza delle immagini e delle parole direttamente dalla capacità espressiva di O. Milosz:

“Don Miguel    – Voi amate i fiori, Girolama? E non ne vedo mai tra i vostri capelli, né sulla vostra persona.

Girolama    – È perché amo i fiori che non mi piacciono le fanciulle che ne fanno ornamento, come di seta, di pizzo o di piume variopinte. Non metto mai dei fiori tra i miei capelli (sono abbastanza belli lo stesso, grazie a Dio!). I fiori sono dei begli esseri viventi che bisogna lasciar vivere e respirare l’aria del sole e della luna. Non colgo mai i fiori. Si può benissimo amare, in questo mondo in cui siamo, senza aver subito voglia di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri, oppure (come si fa con gli uccelli) in una gabbia in cui l’acqua non ha più sapore d’acqua e i semi d’estate non hanno più sapore di semi”.

Don Miguel è sorpreso di vedere così felice una sedicenne, che vive per la casa, il giardino, la lezione quotidiana e i poveri, che non trascura nessuno dei suoi doveri. Si rende conto di essere molto cambiato dal giorno del primo incontro con Girolama alla Chiesa della Caridad la domenica delle Palme. Nel contempo, preso ancora dal modo di ragionare “vecchio”, è convinto che non ci sia alcun rimedio a quanto ha compiuto e alla tristezza del suo cuore, proprio come l’Innominato nei primi momenti davanti al Cardinale Federico. Girolama, però, ancora una volta lo sorprende, abbracciando tutta la sua umanità anche nella miseria e dimostrando una capacità di perdono totale quando, pur non relativizzando le sue colpe, sa inserirle in una prospettiva in cui la colpa  è anche delle donne che sono state con lui, senza legame

“Don Miguel   – Ahimè, Girolama! Che non ci sia rimedio a questa tristezza del cuore! Quello che è fatto è fatto. Perché è così, la nostra vita: ciò che è compiuto è compiuto.

Girolama  – Non condivido per nulla questo punto di vista. Non vedo cosa ci sia di così terribile in questo. So che siete un cattivo soggetto, don Miguel, che avete fatto piangere tante e tante belle dame. Ma tutte queste donne sapevano di fare il male amandovi, e anche permettendovi di amarle. Perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi il giuramento, il grande giuramento per l’eternità, don Miguel; perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi l’anello, l’anello che unisce per sempre l’anima all’anima, don Miguel. Ah, sapevano bene quel che facevano, tutte, sì, tutte!”

Come l’Innominato non vuole essere abbracciato dal Cardinale perché in fondo, oltre alla vergogna, prova anche timore,  così la voce di Girolama impaurisce Don Miguel:

“È come se un raggio dell’estate penetrasse di colpo in un luogo protetto dalle ali della notte, pieno di forme striscianti, di cose sognate dalla malattia delle tenebre”.

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