Il Caffè letterario si tiene una volta al mese su un libro assegnato come lettura. Dopo una discussione guidata su alcuni punti che maggiormente hanno colpito segue un breve momento conviviale di assaggio di dolci preparati dagli studenti. La semplicità del cuore e la purezza dello sguardo sanno cogliere la verità più di tanti discorsi e di tante elucubrazioni di eruditi e di intellettuali. Con questa affermazione non intendo certo svilire gli studi letterari, la seria critica letteraria, la filologia in nome di un soggettivismo nella lettura delle opere. Intendo, però, sottolineare che la letteratura nasce da un uomo e parla di un uomo e dell’uomo. E per comprenderla, quindi, dobbiamo interrogarla e incontrarla come si incontra una persona e mettere in campo non solo le nostre conoscenze e competenze, ma tutta la nostra persona e la nostra umanità.

Un esempio tra i tanti

Racconterò ora un episodio accaduto a scuola durante un’ora di Caffè letterario. Il libro assegnato per il mese era il dramma di Pirandello Sei personaggi in cerca d’autore. Tra le domande più significative emerse nel dialogo con gli studenti eccone una: chi cercano i sei personaggi? Ovvero qual è l’autore di cui hanno bisogno perché la loro esistenza si tramuti in vita, perché loro possano vivere, compiersi, realizzarsi? Con sicurezza tanto quanto con semplicità una ragazza alza la mano e dice: «L’autore è il maestro di cui abbiamo tutti bisogno nella vita. Ma l’autore è anche Dio, è Lui che abbiamo bisogno, è Lui che cerchiamo». Questa è la stessa conclusione a cui è arrivato lo scrittore e drammaturgo Giovanni Testori che tra l’altro ha scritto un’opera teatrale dedicata ai Promessi sposi sull’impalcatura dei Sei personaggi in cerca d’autore pirandelliani, ovvero I promessi sposi alla prova,  nella cui conclusione l’autore presenta la necessità per ogni uomo di avere un maestro. Dando una sua personale interpretazione all’opera teatrale di Pirandello, Testori arriva poi ad affermare che l’autore di cui i personaggi sono alla ricerca è Dio, cancellato dalla cultura odierna.

L’esperienza del Caffè letterario mi porta a formulare alcuni consigli per spronare la lettura dei ragazzi. Innanzi tutto le opere assegnate devono essere in parte introdotte in modo che lo studente possa cogliere le ragioni della scelta della lettura e la bellezza che l’insegnante ha intravisto nel testo. Bisogna, poi, partire con gradualità nelle scelte dei libri, evitando di pretendere ed aspettarsi che i ragazzi leggano senz’altro quanto assegnato. Leggeranno se funzionerà il passaparola tra loro e si diranno: «Ma sai che il romanzo che il docente ci ha assegnato è proprio bello?». Conviene, quindi, partire da opere meritevoli e confacenti all’età, da romanzi che propongano questioni e domande che i ragazzi avvertono come vive. Soltanto più tardi, nell’abitudine e nell’esercizio della lettura, si proporranno opere più impegnative, sempre in un percorso di preparazione. Si assegneranno soprattutto romanzi, ma si potranno proporre alla lettura anche saggi o raccolte di poesia o testi teatrali in modo da spalancare e introdurre a differenti generi letterari.

Al terzo anno di Liceo, ad esempio, ho proposto Bianca come il latte, rossa come il sangue di A. d’Avenia (che conquista di solito la maggior parte degli studenti e permette interessanti riflessioni sulla vita e sull’amore), successivamente la raccolta I migliori racconti di Padre Brown di Chesterton, avvincente per storie e interessante per il metodo di investigazione del piccolo prete del Sussex, basato su realismo e ragionevolezza. Il Perceval di C. de Troyes ci ha permesso di esplorare il mondo medioevale e della cavalleria, avvincendo i ragazzi con il fascino della ricerca del Sacro Graal. La lettura di Luce del Medioevo di Regine Pernoud ci ha illuminato su una visione meno stereotipata di un’età ingiustamente considerata oscura e buia. Il cavaliere inesistente potrà, poi, accompagnare la riflessione sulla reale figura del cavaliere nel Medioevo. In terza superiore, verso la fine dell’anno, i ragazzi si spalancano anche alla scoperta delle opere teatrali. Si potrà allora proporre un’opera di Plauto, come l’Anfitrione, e, poi, la Mandragola di Machiavelli che offre interessanti dibattiti sulla modernità.

Ecco un esempio di riflessione sulla commedia di Machiavelli che è considerata la più celebre del Cinquecento. L’elevazione del piacere al rango di legge è chiaramente rivelatrice della modernità. Oggi,  si è affermata, infatti, la prospettiva per la quale se si vuole far qualcosa e si ha la possibilità economica di farla, allora se ne ha il diritto. La liceità dei propri arbitri, delle proprie inclinazioni naturali è divenuta, ormai, un assunto dogmatico riguardo al quale nessuno può porre il benché minimo dubbio. Si è, così, sostituita alla dialettica bene/male quella naturale/innaturale secondo la quale soddisfare le proprie inclinazioni naturali è  ritenuta cosa buona, oltre che necessaria.

In breve questa è la vicenda della commedia. Sentita la notizia che Lucrezia, la più bella donna del mondo, si trova a Firenze, un giovane studente di nome Callimaco decide di ottenere le grazie di  lei, anche se sposata. Il furbo Ligurio si offre di aiutarlo nell’impresa. Escogita, così, l’espediente di presentare Callimaco al marito di Lucrezia (Messer Nicia), perché, nella qualità di medico, consigli alla donna l’assunzione di una pozione tratta dalla pianta mandragola, atta a rendere gravida la donna. Il primo che giacerà con lei, però, morirà. Ovviamente questa è la finzione da raccontare al credulone Nicia. L’intento è quello di permettere a Callimaco, vestito da garzone e truccato a dovere fino ad essere irriconoscibile, di andare a letto con Lucrezia. Il marito acconsentirà facilmente, perché, secondo le persuadenti parole di Callimaco, il ragazzo con ogni probabilità morirà in seguito al rapporto, mentre la coppia avrà il tanto sospirato figlio.

Se Messer Nicia facilmente viene convinto della necessità di un tale subdolo inganno, Lucrezia, al contrario, non vuole in nessun modo accondiscendere ai disegni prospettati. Allora, le due figure che tradizionalmente hanno sempre costituito due saldi e sicuri punti di riferimento, la madre e il confessore, operano in modi diversi per persuaderla. Nella scena in questione (atto III, scena XI) Machiavelli rappresenta lo stravolgimento, direi il ribaltamento, della morale tradizionale. Infatti, la crescita e l’educazione non possono avvenire che attraverso la presenza di figure di cui possiamo fidarci. Quando non si ripone fiducia in alcuno, non possono esistere né educazione né cultura: lo scetticismo, infatti, non permette di addentrarsi nel reale con una ipotesi esplicativa.

Disonesto e abile nella retorica, Fra Timoteo è stato pagato da Ligurio perché parli con Lucrezia e la convinca ad avere un rapporto con lo sconosciuto che morirà subito dopo. Il confessore le rivelerà:

Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità: che dove è un bene certo e un male incerto, non si debba mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo: che voi ingraviderete,  acquisterete una anima a messer Domenedio. El male incerto è che colui che iacerà dopo la pozione con voi, si muoia. […] Quanto allo atto che sia peccato, questo è una favola: perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliare piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose: e ’l fine vostro si è riempiere una sedia in paradiso e contentare el marito vostro.

Di solito, i manuali di scuola e la maggior parte degli studiosi di Machiavelli    affermano che il principio machiavellico «il fine giustifica i mezzi» sia stato affermato dal Segretario fiorentino solo nell’ambito politico ovvero solo nel campo della «ragion di stato». Nel discorso teorizzato da Fra Timoteo viene, però, asserito tale principio anche in una prospettiva privata laddove i due coniugi desiderano avere un figlio, ma le loro condizioni non lo permettono: «El fine si ha a riguardare in tutte le cose». Oggi giorno, se si desidera qualcosa e si ha la strumentazione tecnica e scientifica per ottenerla, allora ci si sente autorizzati a perseguirla con ogni mezzo: i mezzi saranno sempre permessi. Anzi, ciascuna prospettiva che inviti, per lo meno, a mettere in discussione una logica scientista che non riconosca alcun limite all’azione di ricerca e di operato scientifico viene accusata di ledere i «diritti fondamentali della persona». Il termine «diritto» viene utilizzato addirittura per conferire uno statuto di liceità ad un semplice, seppur buono, desiderio. Così, in breve tempo, la prospettiva si è ribaltata e un desiderio, divenuto diritto, si è affermato come valore fondamentale per cui lottare.

É evidente che in una simile logica, in cui ogni azione è valutata non in sé, bensì in relazione ad un fine, viene meno il valore oggettivo dell’azione stessa. Di conseguenza, bene e male diventano relativi e, quindi, dipendono dalla situazione e, in ultima analisi, dal nostro desiderio, ovvero dall’arbitrio, dal comodo, dall’interesse del momento. Una volta che noi siamo schiavi dei nostri impulsi o dei nostri desideri, è anche più facile per il «sistema» indirizzarci, perché comandare al cuore non è possibile, ma agevole è pilotare gli impulsi e le tensioni.

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