Con Pirandello si hanno i primi segnali chiari di un approccio problematico alla tecnologia e alle macchine. Amante del cinema, lo scrittore siciliano percepisce tutta la pericolosità dell’immagine che può diventare un’ulteriore separazione tra noi e la realtà che guardiamo. Per questo dedica un’intera opera all’innovazione tecnologica e al mondo della macchina che fa irruzione nel mondo degli uomini. Nasce il romanzo Si gira che poi prenderà il nome definitivo di I quaderni di Serafino Gubbio operatore.

«Viva la macchina che meccanizza la vita!»

Un operatore alla macchina da presa cinematografica registra in una sorta di diario le sue riflessioni e la sua condanna ad essere «una mano che muove la manovella».

 

L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, […] s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è divenuto servo e schiavo di esse. Viva la macchina che meccanizza la vita!

 

Tutto l’ingegno dell’uomo è stato messo al servizio della creazione di quei «mostri» (nel senso etimologico del termine, cioè «prodigi o cose sorprendenti»), che dovevano essere i nostri strumenti, mentre sono finiti per diventare i nostri padroni. In maniera drammatica, quando viene a mancare l’io, trionfa la stupidità della macchina.

 

È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni. La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno d’ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce le ridiano, l’anima e la vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine?

 

Ad un certo punto Serafino Gubbio sta filmando una scena all’interno della gabbia di una tigre. Aldo Nuti, innamorato dell’attrice russa Nestoroff, dovrebbe sparare alla belva per difendere la donna. Tutto è previsto dalla sceneggiatura. Ma Nuti rinnega il copione e, per vendicarsi della mancata corrispondenza amorosa, uccide la donna, al posto della tigre che, poi, lo sbranerà. In maniera impassibile, come succube della cinepresa, Serafino riprenderà tutta la scena, senza intervenire e, colpito da afasia, rinuncerà per sempre alla vita, ad amare, a comunicare, a rivelare la propria interiorità. Film e vita finiscono per coincidere. La vita è stata data in pasto alla macchina. Quella scena atroce, strappata alla vita e immortalata nel cinema, susciterà la morbosa curiosità del pubblico e conquisterà incassi straordinari. Una volta ancora, il genio di Pirandello ha profetizzato i futuri scenari del mondo cinematografico e televisivo: quella realtà che diventa fiction oppure reality, in cui solo all’apparenza tutto è naturale, ma in realtà tutto è manovrato secondo una regia. L’uomo divenuto automa mette in scena se stesso, fingendo di non fingere, nel gergo di Machiavelli «dissimulando». Serafino Gubbio concluderà i suoi quaderni scrivendo:

Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così- solo, muto e impassibile- a far l’operatore. La scena è pronta?

-Attenti, si gira…

Serafino rappresenta l’iperbolica amplificazione delle difficoltà di comunicazione autentica che caratterizzano l’essere umano. La perdita della parola è, in un certo senso, il rischio che corre un uomo che sempre più utilizza degli strumenti di comunicazione che non hanno lo stesso calore della viva parola. Quando l’uomo dimentica che i mezzi sono solo modalità di comunicazioni utili in talune circostanze, li trasforma nella propria voce. Si perde l’integralità della comunicazione, che è affidata a sguardi, a gesti, a toni di voce, all’affetto, e permane solo il messaggio o, meglio, il presunto fine del messaggio. Diventano, così, importanti non tanto l’intensità e la profondità della comunicazione, ma la sua rapidità e la sua frequenza. Sono, forse, così più facilmente comprensibili alcuni scenari comunicativi del terzo millennio.

  L’accesso facile ai servizi e alla comunicazione immediata

L’economista statunitense J. Rifkin (1943) sostiene che nella postmodernità il mito del possesso è stato sostituito dall’accesso ai servizi e alla comunicazione. Sarebbe finita un’epoca incentrata sull’obiettivo di accumulare sempre più ricchezze, possedimenti, beni. Ne sarebbe iniziata una nuova, di cui si vedrebbero ormai chiaramente i segni, determinata dal godimento dei piaceri, dall’accesso ai servizi sempre più comodo e immediato. La facilità del servizio, l’eliminazione della fatica, del dispendio inutile di tempo, dell’immediatezza del consumo sono elementi che contraddistinguono un’epoca incentrata sul piacere più che sulla roba. In sostanza questo sviluppo è direttamente scaturente dall’esasperazione del piacere, anche virtuale, cioè non reale, e del tempo come unica dimensione fondamentale. La dimensione del luogo dove accade un fatto, dove incontri la persona, dove parli e ti confronti è considerata secondaria o, meglio, il luogo può anche essere un non luogo, virtuale, non reale, fittizio e ingannevole, mentre si deve avere l’impressione di poter gestire il tempo senza perdere neanche un istante. Sempre più, oggi, la comunicazione è caratterizzata da urgenza di immediatezza, come se non fosse tanto importante il messaggio veicolato, la profondità, la possibilità di un’apertura nel rapporto, quanto la dimostrazione di essere in una comunità, di appartenere ad un luogo, in gergo appunto una community. La comunicazione del messaggio, qualunque esso sia, è prova stessa della esistenza del mittente e la risposta altrui ne diventa garanzia. È come, però, se questa comunicazione avesse bisogno di una continua riasserzione, ovvero è come se al messaggio inviato dovesse corrispondere l’immediatezza della risposta in un circuito vizioso che esclude la consapevolezza che i risultati sono frutto della fatica e del tempo, della costanza e del sacrificio (termine che significa «rendo sacro, intoccabile, inviolabile»), non dell’immediatezza e del «mordi e fuggi». Quello che manca oggi è proprio la dimensione del sacrificio e della responsabilità. Quello che manca oggi è la consapevolezza che nel tempo si costruiscono i rapporti e le relazioni, così come nel tempo si costruiscono le grandi cattedrali. All’uso e al dono del tempo all’altro si è sostituita l’immediatezza e la repentinità della relazione a cui non si possono offrire il tempo e la propria persona. L’uomo vuole tutto il tempo per sé. Il paradosso è che, così, lo spreca e, spesso, non sa come utilizzarlo in maniera proficua.

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