Simone Invernizzi, Dante, Foscolo, Lombardi e Nidobeato. Il ruolo della Nidobeatina e della Lombardina nella revisione foscoliana del testo dell’Inferno in «Studi sul Settecento e l’Ottocento», vol. x 2015, pp. 125-62.

LʼA. intende indagare il tavolo di lavoro di Foscolo nella stesura della nuova edizione critica dell’Inferno. In maniera convincente lo studioso riesce a dimostrare che Foscolo, pur vantando di aver aggiornato il testo dantesco, collazionando direttamente con l’edizione Nidobeatina, in realtà ha sempre fatto riferimento all’edizione Lombardina originale, finché si trovava in Italia, e poi alla ristampa padovana negli anni inglesi in cui si è accinto a pubblicare la critica della Commedia.

L’A. riconosce a Foscolo una particolare predisposizione filologica e il merito di aver individuato quattro fasi nella critica del testo dantesco: l’età prima Landiniana (dal 1472 al 1502), l’età seconda Aldina (dal 1502 al 1595), l’età terza Volgata dell’Accademia della Crusca (dal 1595 al 1791), l’età quarta Nidobeatina del Lombardi (dall’anno 1791).

Invernizzi si sofferma in maniera sintetica, ma puntuale sul periodo che intercorre dall’edizione dell’Accademia della Crusca (1595) fino all’edizione Lombardina nella ristampa padovana (1822). Il progetto della Crusca, pur ottenendo risultati al di sotto delle aspettative, si impone per due secoli per il prestigio dell’associazione e solo alla fine del secolo (1791-1792) viene messo in discussione da Baldassarre Lombardi con La ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri novamente corretta spiegata e difesa che ottiene un vasto successo: numerose sono le sue ristampe e per tutto il secolo molti editori la adottano come testo base.

Al termine di ciascuna cantica Lombardi inserisce una Tavola delle varianti lezioni che documenta tutte le varianti da lui introdotte, mentre nella prefazione spiega che ha voluto eliminare gli errori commessi dagli amanuensi, ripartendo dalle stampe del Quattrocento, in particolare dall’edizione del 1478 realizzata da Martin Paolo Nidobeato. «Quasi tutto il bello ed il buono ripescato dagli Accademici della Crusca dalla moltitudine de’ mss. si rinviene» a detta del Lombardi «nell’edizione Nidobeatina» (p. 130).

Uno dei pregi maggiori del lavoro di Invernizzi è quello di documentare in maniera puntuale «la quantità di cambiamenti portati dalla Lombardina» alla vulgata Bembo-Crusca, novecento nel solo Inferno, «con una media di oltre 25 interventi per canto» (p. 137). Lombardi corregge Bembo laddove la stessa Crusca avrebbe potuto farlo, disponendo di lezioni migliori, come nel caso di Inf., iv 101. Altre volte la Crusca è accusata di aver preferito adottare lezioni deboli e di aver ignorato «la testimonianza concorde di un ampio numero» di manoscritti, come nel caso di Inf., xxx 66, ove «l’autorità di sedici testimoni viene preferita a quella di oltre settanta» (ibidem). Invernizzi dimostra che i criteri di scelta del Lombardi erano improntati a uno «sguardo largo» capace di tener conto dello stile complessivo della Commedia. Se Lombardi riconosce alla Nidobeata un’autorità indiscussa, è pur vero che non ne accoglie tutte le lezioni, in modo indiscriminato.

Appassionato lettore di Dante, Foscolo acquista un’edizione della Commedia già prima del 1797 a Venezia, in cui annota alcune lezioni alternative tratte da Nidobeato, lasciando intendere di averle scoperte da solo, «ma è più verosimile ipotizzare che il tramite […] sia stata proprio la Lombardina» (p. 142). Più tardi, nel 1801, Foscolo acquista un esemplare dell’edizione Fulgoni della Lombardina. Nel 1812-1813 a Firenze egli entra in possesso di una Commedia nell’edizione livornese di Gaetano Poggiali. Negli ultimi anni in Inghilterra Foscolo cerca di realizzare una revisione filologica della Commedia, ma conclude un solo tomo dei cinque previsti. Il testo base su cui lavora per il suo Inferno è quello della Crusca nella ristampa Poggiali, «la stessa che aveva già postillato a Firenze» (p. 150).

Nell’apparato delle note Foscolo fa spesso riferimento alla Nidobeatina, mentre più raramente al Lombardi. Invernizzi dimostra che, se è vero che Foscolo non solo avrebbe avuto modo di consultare la Nidobeatina nella biblioteca dell’amico Roger Wilbraham, ma addirittura sarebbe riuscito a procurarsene un esemplare, tuttavia, un confronto sistematico tra le lezioni che Foscolo attribuisce all’edizione Nidobeatina nell’apparato del suo Inferno e il testo di Nidobeato pone seriamente in dubbio la collazione diretta da quest’ultimo. «Troppo numerosi sono gli errori nell’indicare le lezioni di questo testimone» (p. 153). La collazione con la Nidobeatina, scrive Invernizzi, «rimase un auspicio, una dichiarazione di intenti, più che un fatto reale» (p. 155).

Se Foscolo possedette davvero una Nidobeatina, certamente non la utilizzò per correggere il testo del suo Inferno. Foscolo mostra una debolezza nel suo metodo di lavoro, trattando come uguali la Lombardina originale, la Lombardina nelle edizioni De Romanis e padovana e la Nidobeatina. In questo modo, tra l’altro, Foscolo finisce per tradire le sue vere fonti: Invernizzi ribalta la posizione di Petrocchi che era convinto che si fosse avvalso quasi esclusivamente della Lombardina nell’edizione De Romanis.

Se è possibile, infatti, dimostrare la lettura dell’edizione padovana, «mancano invece prove positive di un reale utilizzo» dell’edizione De Romanis, «perché tutte le lezioni ad essa esplicitamente attribuite sono presenti» (p. 158), anche nella padovana. Invernizzi mostra che alcuni errori presenti nell’apparato di note dell’Inferno di Foscolo possono essere giustificati solo a partire da una consultazione diretta dell’edizione padovana, anche laddove si dichiara un riferimento all’edizione De Romanis.

In conclusione, il tavolo di lavoro di Foscolo non incluse davvero quattro testi (la Nidobeatina, la Lombardina originale, la Lombardina nell’edizione De Romanis e la ristampa padovana), come lui dichiara nell’apparato di note, ma una sola di quelle: l’edizione Lombardina nella ristampa padovana (1822), «dalla quale, con fiducia generosa, Foscolo traeva voci di testimoni assenti, per farle dialogare fra loro nelle chiose del suo apparato, quasi a nascondere la povertà dei mezzi a sua disposizione. In questo modo la qualità del lavoro è stata compromessa» (p. 161). (Giovanni Fighera)

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