Sara Ferrilli, Archeologia della critica stabiliana. Cecco d’Ascoli tra i difensori di Dante,in «Linguistica e Letteratura», xxxix (2014), pp. 173-210.

Sara Ferrilli ricostruisce la fama di Francesco Stabili, meglio noto come Cecco d’Ascoli, «professore e negromante», nonché pungente detrattore di Dante nel proemio del secondo libro de L’Acerba. Autore soprattutto di testi in latino, Cecco compone in volgare solo pochi sonetti e L’Acerba, rimasta incompiuta al v libro a causa dell’improvvisa morte dell’autore, arso al rogo come eretico il 16 settembre 1327. Seconda solo alla Commedia per il numero di manoscritti e di copie che la tramandano, assai imitata dai rimatori trecenteschi, L’Acerba è un poema in sestine, in cui Cecco attacca la Commedia come fictio opponendole «l’inoppugnabilità della scienza e dell’astrologia» (p. 176). Senz’altro palesi sono i debiti metrici e linguistici di Cecco nei confronti della Commedia, ma ancor più evidenti sono gli attacchi rivolti al poema che «ne decretarono anche la fortuna indiretta presso gli estimatori di Dante» (p. 179). La più accanita polemica di Cecco riguarda la visione della Fortuna come intelligenza dal volere imperscrutabile (Inferno vii) nel proemio del ii libro. Il fatto che lo scrittore non tenga in alcun modo in considerazione l’evoluzione del pensiero dantesco riguardo al rapporto tra libero arbitrio e fortuna (come appare, ad esempio, in Purgatorio xvi e nella Monarchia) è forse spia, sostiene la Ferrilli con opportuna cautela, di una stesura estemporanea mossa dall’impulsiva reazione alla lettura di Inferno vii.

Passando in rassegna i giudizi critici su Cecco d’Ascoli formulati dai sostenitori di Dante, da Graziolo Bambaglioli a Pietro Alighieri, dall’anonimo autore delle Chiose ambrosiane a Benvenuto Rambaldi da Imola per concludere con Coluccio Salutati, la Ferrilli mostra che l’ostilità nei confronti di Cecco insita negli autori precedenti al Salutati deriva non tanto dalla conoscenza puntuale della sua opera quanto dalla fama di acceso antidantista di cui godeva l’autore de L’Acerba. Graziolo Bambaglioli contribuisce al culto dell’Alighieri a Bologna, proprio quando Cecco d’Ascoli è noto più come lettore di astronomia presso lo Studium della città che come l’acceso antidantista autore de L’Acerba. D’altra parte, nella sua interpretazione dei versi di Cecco d’Ascoli, Graziolo non mostra di conoscere il poema in sestine,ma di aver letto l’Epistola de qualitate planetarum. Pietro Alighieri, secondogenito di Dante, è apologeta del padre soprattutto nel sonetto La vostra sete, se ben mi ricordo e nella canzone Quelle sette arti liberali in versi, dove potrebbero comparire impliciti riferimenti a Cecco d’Ascoli, anche se l’opinione degli studiosi non è unanime. L’anonimo autore delle Chiose ambrosiane, punto di riferimento critico anche per Boccaccio e per Benvenuto da Imola, denota, invece, a parere della Ferilli, un acume critico più spiccato rispetto al Bambaglioli. Pur non dimostrando una conoscenza complessiva dell’intera opera di Cecco d’Ascoli, l’anonimo comprende bene che il giudizio dello Stabili sul concetto di fortuna in Dante scaturisce solo dalla lettura del vii canto dell’Inferno e non tiene in alcun conto l’evoluzione del pensiero sostanziatasi nei versi di Marco Lombardo (Purg.,xvi, vv. 65-114) e di Carlo Martello (Par., viii, vv. 76-148). Autore di un commento latino dell’intera Commedia, colto ed erudito, principale traghettatore della conoscenza del poema dantesco nell’Umanesimo, Benvenuto Rambaldi da Imola è, nel contempo, acceso difensore di Dante ed estimatore dell’opera astronomica di Cecco, pur non riconoscendo pregio ai suoi versi. Nel De fato et fortuna Coluccio Salutati apprezza maggiormente Cecco come astrologo che come poeta. Priva di qualsiasi grazia poetica, L’Acerba sembra mossa quasi unicamente dalla volontà di delegittimare il Dante nostrum, come Salutati apostrofa affettuosamente il poeta fiorentino. La novità del lavoro di Salutati non risiede tanto nella contestazione del concetto di fortuna di Cecco d’Ascoli quanto nel suo metodo di lavoro, perché traduce in latino e commenta i passi incriminati, denotando un acume critico che scaturisce da una diretta conoscenza delle opere, segno palese della nuova sensibilità filologica ed ermeneutica che contraddistinguerà l’Umanesimo.

In definitiva, la ricostruzione della Ferrilli relativa a un capitolo della fortuna di Dante nella generazione a lui successiva è saldamente ancorata al terreno della storia della cultura ed è lucidamente compartita e perspicua. (Giovanni Fighera)

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