Nel 1833, proprio nel giorno di Natale, morì Enrichetta Blondel, moglie di Manzoni. Per la circostanza lo scrittore compose l’inno sacro Il Natale del 1833 che non sarebbe stato mai terminato. Manzoni si trovò ad affrontare, proprio nel giorno della nascita del Signore, la morte della persona a lui più cara, a cui doveva molto anche nel suo cammino di conversione. 

La conversione e l’inno sacro Natale
Dopo la conversione, A. Manzoni (1785-1873) aveva dedicato gli «Inni sacri» ai momenti principali della vita di Gesù. In Natale il poeta, dopo essersi soffermato sulla redenzione del peccato originale, esclamava: 

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio: […]
all’uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Manzoni si commuoveva per un evento così grande, quello di un Dio che si è degnato di farsi povera carne: 
E Tu degnasti assumer
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Il Figlio di Dio si è rivelato ai semplici, ai pastori che 
senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Molti non sanno che Lui è nato, allora duemila anni fa, come oggi. Non attendono la sua venuta, non lo credono a noi contemporaneo, lo pensano una bella favola o ancor di più lo hanno cancellato dalla memoria: 
Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

Un giorno tutti sapranno e Lo riconosceranno. L’inno Natale risaliva al 1813.

La morte della moglie il Natale 1833
Vent’anni dopo, nel 1833, proprio nel giorno di Natale morì Enrichetta Blondel. 

I pensieri di Manzoni provarono a tradursi in parola, ma inutilmente. Entrambe le redazioni che scaturirono, quella pressoché immediata e quella redatta nel 1835, sarebbero rimaste incomplete. Il mistero della morte proprio in concomitanza del mistero della nascita del Salvatore fu ancor più foriero di dolore e di domanda. 

Nella seconda stesura, composta da cinque stanze, Manzoni parlava direttamente con il Mistero che si era fatto carne, Gesù, apostrofandolo con il «Tu». Se ne Il 5 maggio era il Dio che «atterra e suscita», ora era un Dio  ancor bambino, ma pur sempre «terribile» e «severo» nei suoi giudizi imperscrutabili. Così Manzoni si rivolgeva a Lui: 
Tu pur nasci a piangere,
ma da quel cor ferito
sorgerà pure un gemito,
un prego inesaudito.

Gesù saliva sul monte per morire crocefisso. Manzoni non trovava parole adeguate, ma dialogava con il Mistero fattosi carne e che aveva condiviso con noi la miseria umana per avere da Lui risposte. Era un dialogo vissuto nell’attesa che questo Dio si rivelasse anche lì, in quel dolore. 

Il 12 febbraio del 1834 il Granduca di Toscana Leopoldo II, che aveva già conosciuto la sofferenza della perdita della consorte, scrisse al Manzoni per esprimere la sua compartecipazione al dolore per la scomparsa di Enrichetta.

Il 19 febbraio Manzoni rispose al Granduca di Toscana, che «alla sapienza della Fede unisce l’esperienza di questi dolori»: 

Confesso che […] mi pareva che dal sentimento dell’amore fosse agevole immaginare il sentimento della perdita; ma veggo ora che la sventura è una rivelazione tanto più nuova quanto più è grave e terribile.

Manzoni ricordava gli ultimi istanti di vita di Enrichetta che era morta nella letizia di vedere il volto di Gesù: 
Nell’ultima ora, avendo quella pazientissima chiesto d’esser mutata da una positura penosa, soggiunse: non per ischifare il dolore, ma perché il dolore m’impedisce di pensare al bel passo che son per fare». Manzoni riflette sul fatto che certamente Enrichetta «non avrebbe potuto chiamar bello il distacco da quei che amava d’un amor così tenero e così sollecito, se non avesse confidato ben vivamente di poter adoprarsi per loro in questa tempora ria e apparente lontananza, e che Dio le permetterebbe di guidarli ancora dal Cielo.

La reazione di Manzoni all’evento del trapasso della moglie è una domanda, un grido, qui espresso come un mormorio rivolto al Mistero, pronunciato di fronte ad una presenza. La fede nasce da un incontro, attraverso la testimonianza di un uomo che con tutta la sua umanità, pur imperfetta, rende visibile l’eccezionalità di Cristo, unica risposta all’umana domanda di pienezza e di felicità. 

Nell’ottobre del 1834 morì, poi, la figlia maggiore Giulietta. Così Manzoni lo comunicò al Granduca: 
È piaciuto al Signore di ritirar dal mondo la mia figlia maggiore nel fior degli anni, sul principio d’un fortunatissimo matrimonio e d’una sviscerata maternità.

Il 5 dicembre sempre al Granduca Manzoni riferì delle sue «sventure» che potevano essere «salutari» (ricordiamo la «provvida sventura» dell’opera Adelchi?).A Leopoldo II che gli aveva scritto quanto ci fosse «di misericordia» in ciò che «il Signore comanda» Manzoni replicava: «Il cuore mormora, quasi senza avvedersene, anche quando la ragione adora». 

Due giorni prima dell’anniversario della morte di Enrichetta Manzoni scrisse al Canonico teologo Luigi Guicciardi: «Siamo stati visitati dal Signore». Alludeva al trapasso della moglie e della figlia Giulietta. 

Sono le stesse parole che fra Cristoforo rivolge a Lucia e ad Agnese nel capitolo V de I promessi sposi di fronte agli eventi drammatici loro capitati.

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