Pur se attratto dal progresso, Carducci avverte una grande distanza tra la modernità e l’antichità, conquistato dalla classicità, dalla grandezza dell’antica Roma, da forme metriche e stilistiche che avevano raggiunto livelli elevati di raffinatezza e cura formale. Per questo il poeta persegue anche l’introduzione delle antiche forme metriche classiche all’interno della lirica contemporanea. L’operazione è ardita.

Il distico elegiaco, costituito da brevi stanze composte da un esametro e da un pentametro e tipico non solo delle elegie, ma anche degli epigrammi, viene riprodotto nella metrica italiana e utilizzato in componimenti ricchi di nostalgia e di malinconia. È il caso di «Nevicata» (appartenente alla raccolta Odi barbare). Il lento cadere della neve addormenta progressivamente la vita, i rumori, i suoni, quelli che caratterizzano la gioventù e la sua gaia spensieratezza come pure l’età adulta nel suo infaticabile correre e nella sua incessante attività.

Le stesse ore, cadenzate, come sempre accadeva nel passato, dallo scampanio, sembrano quasi fermarsi, restituendo l’impressione della partecipazione al torpore della natura. Il suono delle campane pare arrivare da un mondo lontano dal nostro, il mondo dell’oltretomba, dove tutto è ormai immobile e impalpabile. Il bel paesaggio invernale tratteggiato da Carducci si fa carico di immagini e di parole simboliche. Gli stessi uccelli cercano di comunicare con il poeta picchiando sui vetri come se volessero annunciargli qualcosa, come fossero portavoci dei cari amici estinti, provenienti dall’Ade.

È un destino, scevro di qualsiasi speranza, che accomuna ogni uomo. Il poeta si sente vicino alla morte, la «fatal quiete» foscoliana ora descritta come silenzio e ombra, dove trovare riposo. Se Foscolo percepiva la serenità e la pacificazione dei sensi, Carducci avverte l’ineluttabilità. Se è vero che un indomito cuore accomuna Carducci a Foscolo, espressione di furori e di passioni che possono trovare pace solo una volta che tutta l’energia vitale si è assopita, è altresì vero, però, che il quadretto generale, le immagini, i colori e il ritmo stesso trasmettono una malinconia profonda.

Ecco l’esito finale di questo magnifico componimento: «Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinereo: gridi,/ suoni di vita più non salgono da la città,// non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,/ non d’amor la canzon ilare e di gioventù.// Da la torre di piazza roche per l’aere le ore/ gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì.// Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici/ spiriti reduci son, guardano e chiamano a me. In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –/ giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò».

Altro quadretto di paese, questa volta autunnale, dipinto con colori, suoni e odori, è quello che appare in «San Martino» (appartenente alle Rime nuove), ode anacreontica in quattro strofe: «La nebbia a gl’irti colli/ piovigginando sale,/ e sotto il maestrale/ urla e biancheggia il mar;// ma per le vie del borgo/ dal ribollir de’ tini/ va l’aspro odor de i vini/ l’anime a rallegrar.// Gira su’ ceppi accesi/ lo spiedo scoppiettando:/ sta il cacciator fischiando/ sull’uscio a rimirar// tra le rossastre nubi/ stormi d’uccelli neri,/ com’esuli pensieri,/ nel vespero migrar».

Poche pennellate dipingono una natura toscana malinconica (nebbia) e mossa (mare in tempesta). In questo contesto vi è un borgo animato da vite umane. L’attenzione si concentra su una figura solitaria, immersa nella tranquillità del paese, un cacciatore, simbolo forse del poeta stesso che osserva uccelli migratori: assomigliano ai pensieri della sera, quelli che riportano ai cari defunti e alla percezione del carattere transeunte della vita.

La compresenza di campi sensoriali differenti prelude senz’altro alle dimensioni decadenti di qualche decennio più tardi (considerazione quasi paradossale se pensiamo che Benedetto Croce contrappone proprio il «sano» Carducci ai malati poeti decadenti), mentre la tendenza impressionistica ad avvalersi di pochi tratti pittorici per dipingere il quadretto ritornerà sovente nel Pascoli di Myricae, allievo di Carducci, che del resto partirà spesso da temi già affrontati dal maestro. Dell’«estate fredda dei morti» di San Martino scriverà Pascoli nella celeberrima «Novembre» (Myricae).

Altro quadretto, questa volta vivace e dinamico, scritto nell’aprile del 1885, mentre sta tornando in Toscana, è il sonetto «Traversando la maremma toscana» (Rime nuove). Il ritorno a casa è un nostòs, un viaggio non soltanto fisico, ma anche nel tempo. Rivedendo la dolcezza del paesaggio Carducci sente che deve tutto a quelle terre: i toni accesi dei suoi versi, l’indole scontrosa e indomita. Nel contempo dinanzi agli occhi trascorrono gli anni della gioventù, i sogni e le speranze dissoltisi nel tempo, che lasciano spazio soltanto alla evidenza del destino di morte che lo attende. Il paesaggio primaverile (le consuete nebbie affiancate ora da un «verde piano») consolano il cuore del poeta.

Forti sono i debiti carducciani nei confronti del Foscolo dei sonetti (si veda la raccolta Poesie del 1803). L’esito è uno dei migliori della poesia carducciana: «Dolce paese, onde portai conforme/ l’abito fiero e lo sdegnoso canto/ e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,/ pur ti riveggo, e il cor mi balza in tanto.// Ben riconosco in te le usate forme/ con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,/ e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme/ erranti dietro il giovenile incanto.// Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;/ e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;/ e dimani cadrò. Ma di lontano// pace dicono al cuor le tue colline/ con le nebbie sfumanti e il verde piano/ ridente ne le pioggie mattutine».

La prossima settimana concluderemo questo percorso di ricerca di un Carducci che sa ancora parlare al lettore di oggi. Andremo alla riscoperta di altre poesie, come ad esempio «Alla stazione in una mattina d’autunno» (Odi barbare) a «Davanti a San Guido» (Rime nuove). In quest’ultimo componimento domineranno ancora una volta il rimpianto di una vita semplice, l’impossibilità del nostòs e di ritrovare la serenità e la pace se non nella morte. (La Nuova bussola quotidiana del 14-5-2017)

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