Osannato in vita e considerato poeta vate della nazione nell’epoca postunitaria e anche per decenni dopo la morte (1907), negli ultimi anni i suoi versi improntati ad una magniloquente retorica, all’invettiva politica e satirica e alla rievocazione di grandi gesta e battaglie del passato appaiono sempre più distanti dalla sensibilità contemporanea e trovano sempre meno spazio anche nel panorama poetico nella scuola italiana.

Nato nel 1835 a Val di Castello in Versilia, Carducci è avviato agli studi classici prima a Firenze e, poi, alla Scuola Normale di Pisa e si laurea in Lettere classiche a soli ventun anni. Nel 1857 muore il fratello Dante, suicida o ucciso dal padre. Non conosceremo mai con certezza i fatti. Il caso viene archiviato con la tesi del suicidio, anche se i dubbi rimangono. Il fratello viene ritrovato morto con un bisturi conficcato nel petto dopo una discussione con il padre che lo accusa di una condotta sregolata.

È il padre a colpirlo senza volerlo uccidere oppure il giovane si è suicidato non sopportando l’ennesimo alterco o la vergogna per le accuse rivoltegli? Certamente questa morte tragica lascia segni indelebili nell’animo del poeta che chiamerà Dante anche uno dei suoi figli.

Qualche anno più tardi, al venticinquenne Giosuè viene proposta una cattedra di letteratura italiana a Bologna. Il professore la terrà per più di quarant’anni fino al 1904. Chi ricoprirà quella cattedra dopo Carducci erediterà da lui una sorta di testimone del poeta vate, figura di riferimento per la nazione. Basti pensare a Giovanni Pascoli, suo discepolo. Una volta divenuto docente di Italiano a Bologna nel 1906, modificherà anche la sua ispirazione poetica improntandola alla retorica risorgimentale e all’enfasi patriottica tanto da declamare prima e poi scrivere La grande proletaria si è mossa nel 1911 per l’impresa di Libia.

Nel frattempo, per quanto riguarda le vicende private e personali, Carducci è convolato a nozze con Elvira Menicucci nel 1859. Dal matrimonio nascono cinque figli, dei quali Francesco muore pochi giorni dopo la nascita, mentre Dante a pochi anni di vita.

La morte del piccolo Dante ispirerà molte poesie, tra quelle che meglio esprimono l’animo e l’interiorità di Carducci, lontane dal tono retorico e tronfio di tante altre poesie. Nel 1906 l’Accademia di Svezia conferisce a Carducci il Premio Nobel, proprio l’anno prima della morte.

Nutrito di cultura classicista, Giosuè Carducci è letterato fortemente risorgimentale, incline ai miti repubblicani e garibaldini prima e monarchici più tardi, cantando pur sempre le gesta dell’Italia unita con una vena decisamente civile, non scevra spesso di una vena caustica nei confronti della classe dirigente. Senatore e iscritto alla massoneria, è espressione dello scrittore organico al potere e al sistema, poeta ufficiale del Regno.

Nel clima anticlericale e anticattolico del primo Regno d’Italia la cultura dominante trova in lui un suo illustre rappresentante. Nell’inno «A Satana», esaltazione del progresso, della scienza, dell’edonistica gioia di vivere, Carducci osa satireggiare e sbeffeggiare la persona di Cristo scrivendo: «Che val se barbaro/ Il nazareno/ Furor de l’agapi/ Dal rito osceno. Con sacra fiaccola/ I templi t’arse/ E i segni argolici/ A terra sparse?». In poche parole, si chiede Carducci a che cosa sia servito che i riti liturgici celebrati a memoria dell’ultima cena abbiano bruciato i templi pagani e abbiano distrutto le statue greche pagane. Nonostante la barbarie e il degrado cristiani, «Satana ha vinto.// Un bello e orribile/ Mostro si sferra,/ Corre gli oceani,/ Corre la terra». L’«orribile/mostro» è chiara allusione al prodigio del libro III dell’Eneide, al noto episodio di Polidoro: le novità tecnologiche, incarnazione del clima positivista ottocentesco, sostituiscono il soprannaturale delle epoche antiche e primitive, in cui il Mistero non è ancora stato conquistato dalla  scienza. Il progresso ha vinto, a detta di Carducci, rendendo inutile la superstizione cristiana. Il filosofo italiano Benedetto Croce definisce Carducci «poeta sano» proprio per contrapporlo agli scrittori decadenti, coscienti di trovarsi in un’epoca di profonda crisi spirituale.

Il mito dell’Italia unita, la fede nel progresso e nella scienza, la sua deliberata assunzione del ruolo di poeta vate della nazione saranno in grado di rispondere alle angustie della vita, alla sofferenza per la morte dei figli, alla consapevolezza del tempo passeggero, che porta via con sé tutto quanto l’uomo possiede di più caro? Orazio definisce il tempo «invida aetas», invidioso della felicità dell’uomo.

Allora ci sorgono alcune domande. È giusto non studiare più Carducci oppure «attraversarlo» (per usare un’espressione cara a Montale) permette di comprendere meglio l’Italia di quegli anni e la sua cultura anticlericale? E ancora: quali poesie meritano davvero di essere ricordate e studiate? Quali testi rimarranno nel tempo e sapranno parlare al cuore di ogni uomo? A centodieci anni dalla morte del poeta credo che il tempo stia già dando una prima risposta sul valore artistico dei suoi versi.

La prossima volta ci addentreremo proprio nei componimenti del Carducci più privato e intimista che sa toccare il cuore del lettore del nostro tempo proprio perché scrive a partire dagli interrogativi che scaturiscono in ognuno di noi dinanzi ai fatti della vita, che siano la perdita di una persona cara o la nostalgia dei luoghi dell’infanzia. (La Nuova bussola quotidiana del 30-4-2017)

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