Fino alla pubblicazione della sua prima raccolta Myricae, a detta dell’amico Orazio Bacci, Giovanni Pascoli è un poeta «quasi inedito e quasi celebre». Per quale ragione? Perché i suoi componimenti sono stati fino ad allora pubblicati solo su periodici od opuscoli per nozze, ma hanno riscosso un certo successo.

Pubblicata per la prima volta nel 1891 e rieditata successivamente più volte fino al 1905 in edizioni differenti, la raccolta Myricae è senza dubbio una delle più importanti di fine Ottocento e demarca in maniera incontrovertibile il passaggio ad una sensibilità poetica nuova, decadente, simbolista, pienamente in linea con le nuove esperienze poetiche europee. L’arco compositivo della raccolta è molto ampio (quindici anni) e tra la prima e la settima ed ultima elaborazione compaiono differenze notevoli per il numero delle poesie e per l’impianto strutturale complessivo. La silloge finale, composta di sezioni che vivono di vita propria e che tendono ad essere omogenee dal punto di vista metrico, presenta un’unità tematica che ruota attorno alla simbologia della morte da una parte («Novembre», «L’assiuolo», etc.) e alla vita di campagna (dal valore positivo) dall’altra. I due motivi si intrecciano spesso in maniera inestricabile.

L’innovazione è ancorata ad una forte tradizione classica come si può evincere già dal titolo mutuato dalla IV egloga virgiliana in cui il poeta mantovano scrive: «Paulo maiora canamus. Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae» ovvero «Cantiamo argomenti un po’ più elevati. Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici». Le tamerici sono dei cespugli bassi, piante certamente non ornamentali o dal fusto alto. Pascoli le eleva nella raccolta a simbolo della poesia semplice, quotidiana, campestre che vuole proporre al lettore. Per questo, a ribadire il concetto, pone come frase incipitaria della raccolta «Arbusta iuvant humilesque myricae» cioè «a noi piacciono gli arbusti e le umili tamerici». Abbinata al verso originale virgiliano la frase di Pascoli sottolinea proprio la particolarità della sua poesia, che non ha paura di nascere in contrapposizione a grandi poeti che cercano l’ispirazione solo tra argomenti elevati o importanti, quelli che Montale avrebbe chiamato anni più tardi i poeti laureati.

Pascoli dedica la raccolta al padre Ruggero Pascoli, assassinato il 10 agosto 1967. Nella prefazione, esordisce: «Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!». Il poeta esorta il lettore «a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri». Il mysterium iniquitatis, il mistero del male, oscura la gioia della vita e trasforma il pianto umano che è «rugiada di sereno» in «scroscio di tempesta». Pascoli riprende il vangelo di san Giovanni: «Gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene». Dedica, poi, parole positive nei confronti della natura, apostrofata come «madre dolcissima» che sembra cullare e addormentare l’uomo anche quando lo accompagna alla morte. I toni sembrano qui quelli del pessimismo storico leopardiano, un po’ ingenui nell’esaltazione della natura «che sa quello che fa, e ci vuol bene». Le ultime parole della lettera sono d’amore, invece che d’odio. Il poeta non si lascia andare alla disperazione né a propositi di vendetta.

Uno degli aspetti salienti della raccolta è quello che Romano Luperini ha chiamato «impressionismo» e «simbolismo». Con il primo termine il critico allude alla capacità di Pascoli di tratteggiare con poche pennellate espressive piccoli quadretti naturali. Il poeta è, poi, simbolista perché vede nella realtà delle corrispondenze, sa leggere in profondità il mondo cogliendo analogie e rimandi segreti.

Per capire meglio queste considerazioni riscopriamo la poesia «Novembre». Pascoli vede una giornata bella, solare, dall’aria tersa e cristallina come una gemma tanto che pensa ad un’inaspettata primavera. La sua illusione è quella di trovare gli albicocchi fioriti e il rosmarino profumato. Con sensazioni visive e olfattive il poeta pregusta l’arrivo della bella stagione. La sensazione è, però, solo epidermica e si rivela fasulla ad un’osservazione più attenta: le piante sono senza foglie e sembrano disegnare i rami neri sul foglio dell’azzurro cielo, mentre i piedi producono un suono di rimbombo sul terreno gelato. Vi è, poi, un segno inequivocabile: nel silenzio della natura le foglie cadono come d’autunno, accompagnate a terra dal vento.

Da sempre la caducità e la precarietà dell’esistenza sono state in letteratura espresse con l’immagine delle foglie in autunno, che ha affascinato tanti grandi poeti, da Omero a Mimnermo, da Virgilio a Dante. Nell’Iliade (VI, vv 146-149) Omero paragona le stirpi degli uomini alle foglie nate a primavera che vengono poi gettate a terra dal vento. Nel VI libro dell’Eneide, incentrato sulla catabasi di Enea, Virgilio paragona le anime morte, assiepate presso il fiume dell’Acheronte in attesa di passare all’altra riva sul vascello del traghettatore Caronte, alle foglie che cadono a terra nel bosco al primo freddo dell’autunno. Nel III canto dell’Inferno Dante riprende quasi alla lettera Virgilio: «Come d’autunno si levan le foglie/ l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo/ vede a la terra tutte le sue spoglie,/ similemente il mal seme d’Adamo/ gittansi di quel lito ad una ad una,/ per cenni come augel per suo richiamo». Il poeta fiorentino descrive le anime dei dannati convenute presso il fiume infernale che si gettano nella barca del traghettatore al suo cenno.

Le molteplici allusioni alla tradizione letteraria sono tutte un chiaro riferimento al mondo dei morti e permettono, quindi, una migliore comprensione della realtà. Non è primavera, ma è l’estate di san Martino (coincidente con la settimana dell’11 novembre) in cui il tempo sereno e limpido sembra richiamare la bella stagione: è, però, ancora il mese di novembre, il mese dei morti, che richiama ricordi funebri e luttuosi nella mente del poeta (la scomparsa dei genitori e di alcuni fratelli).

La natura diviene così specchio dell’animo del poeta, ricolmo ancora del desiderio di vita e di amore, ma sofferente e drammaticamente lacerato dai lutti familiari.

Grande sintesi e stile nominale caratterizzano queste tre strofe saffiche (ciascuna composta da tre endecasillabi e un quinario) il cui esito finale è tra i migliori della produzione pascoliana: «Gemmea l’aria, il sole così chiaro/ che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,/ e del prunalbo l’odorino amaro/ senti nel cuore…// Ma secco è il pruno, e le stecchite piante/ di nere trame segnano il sereno,/ e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante/ sembra il terreno.// Silenzio, intorno: solo, alle ventate,/  odi lontano, da giardini ed orti,/ di foglie un cader fragile. È l’estate/ fredda, dei morti».

Proseguiremo nella prossima puntata la perlustrazione della prima raccolta Myricae. (pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 20-8-2017)

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