Già dalle prime righe il lettore è immerso in un mondo ancestrale e lontano, fuori dal tempo, perché immutati sembrano i rapporti degli abitanti di quelle terre con la natura e con il mare. Siamo ad Aci Trezza, paesino del catanese, scenario de I Malavoglia, primo romanzo del Ciclo dei vinti. Toscano è il loro vero nome, «tutti buona e brava gente di mare», mentre il popolo ha assegnato loro il nomignolo «Malavoglia» per alludere ad una pigrizia che è più presunta che reale. Un tempo erano numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza. Chi sa quanti sono i sassi di quel luogo? Solo un abitante del paese potrebbe saperlo e di certo il lettore del romanzo non proviene da lì. In questo modo Verga ci introduce in quella realtà con una regressione, ovvero con l’abbassamento del punto di vista del narratore a quello più basso di un popolano. Se un tempo erano tanti i Malavoglia, ora, al momento della narrazione, sono rimasti solo quelli di padron ‘Ntoni che possiede la casa del nespolo e la Provvidenza.

È proprio lui, il nonno, il patriarca della famiglia, depositario della cultura e delle tradizioni, vero custode della sapienza popolare tramandata attraverso i proverbi come quello che paragona i componenti della famiglia alle dita di una mano («Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro»). Quanta saggezza c’è nella consapevolezza che «gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo». Bastiano, detto Bastianazzo, è il figlio di padron ‘Ntoni, grande e forte, ma succubo in tutto e per tutto del padre. È sposato con La longa. Poi vengono i cinque figli: il giovane ‘Ntoni, Luca, Filomena, Alessio, Rosalia. Grande è la maestria del narratore nel tratteggiare i personaggi, basti vedere come è descritto quel «bighellone» del giovane ‘Ntoni nel rapporto con il nonno che gli dà qualche «scappellotto» sul viso e «qualche pedata più giù» che lo riponga in equilibrio. Questa è l’icasticità dello stile verghiano che ci rappresenta davanti agli occhi le scene quotidiane e i personaggi del paese.

Nulla cambia nella vita di Aci Trezza e della famiglia dei Malavoglia finché non viene realizzata l’unità d’Italia e con essa si introducono delle novità in Sicilia, in primis le tasse e la leva obbligatoria. Ed è così che il giovane ‘Ntoni viene chiamato alle armi nel 1863 e parte dicendo addio ai cari. Il tema della partenza e quello del ritorno si mescolano nel romanzo in un intreccio continuo. Una persona parte, spesso convinta che si possa sempre ritornare a casa: c’è un momento nella vita, però, in cui ci si rivela la verità e si scopre così che ogni circostanza è unica e che le persone non rimangono per sempre.

Il giovane ‘Ntoni rimane lontano da casa per cinque lungi anni, destando nostalgia nella famiglia, anche se il nonno cerca di tranquillizzare gli animi di tutti persuadendo loro che il militare farà bene a quel ragazzo troppo poco incline al lavoro. Trasferito a Napoli, il giovane scopre anche la bella vita della città e nelle lettere inviate a casa inizia a lamentarsi delle dure fatiche del militare. Ai Malavoglia occorrono maggiori entrate anche perché, se da una parte sono mancate braccia al lavoro, dall’altra Filomena è entrata nell’età in cui deve pensare a prendere marito ed occorre una dote. Ed è così che Padron ‘Ntoni decide di avviare il traffico dei lupini e si indebita con l’usuraio del paese (lo zio Crocifisso) per comprare un carico che rivenderà più tardi. L’obiettivo è quello di aumentare le entrate dei Malvoglia.

La Provvidenza, la barca più vecchia della famiglia, parte un sabato sera con destinazione Riposto, accompagnata dai tristi presagi della Longa e dai buoni auguri del nonno («Scirocco chiaro e tramontana scura, mettiti in mare senza paura»). A bordo vi stanno Bastianazzo, Menico e il carico di lupini avariati che non faranno più ritorno. La domenica una tempesta si ingoia voracemente le persone e il carico, privando i Malavoglia anche del pater familias. Iniziano così le loro sventure, generate da un lato dai cambiamenti storici e dall’altro dal desiderio di accrescere in qualche modo le entrate. Il naufragio della Provvidenza comporta anche l’indebitamento dei Malavoglia che devono ripagare lo zio Crocifisso e, nel contempo, la chiamata al militare anche di Luca priva il nucleo familiare di altre due braccia. Il ragazzo peraltro non farà più ritorno, morendo nella battaglia di Lissa del 1866, mentre il giovane ‘Ntoni riabbraccerà casa ormai del tutto privo del desiderio di lavorare per sbarcare il lunario, attratto dalle fanfare della ricchezza e del facile guadagno. Il giovane ‘Ntoni riparte per cercare fortuna. Nelle sue parole si incarna l’umana brama del cambiamento sociale: «Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiare stato, io e tutti voi. Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti». Il ragazzo crede di aver compreso il segreto della vita, rifiuta «l’ideale dell’ostrica» e guarda i proverbi del nonno come frasi valide solo per i ragazzi.

Il giovane ritornerà ancora più sbandato e vittima dell’alcool finché, coinvolto in un giro di contrabbando, accoltellerà don Michele e finirà in carcere. Nel frattempo, la Provvidenza subisce un nuovo naufragio e poi viene venduta, viene ipotecata la casa del nespolo, sfuma il matrimonio combinato di Mena (Filomena) con compare Alfio e muore di colera anche la Longa, rimasta prematuramente vedova di Bastianazzo. Insomma, un turbinio di vicende sembra sommergere i Malvoglia. Lia (Rosalia) si trasferisce a Catania dove diventa prostituta.

Solo due figure, imperterrite, rimangono fedeli agli ideali del nonno: Alessi e Mena. Il primo, sposatosi con Nunziata e divenuto padre, continua a lavorare indefesso; la seconda accudisce casa e nipoti. Grazie al loro lavoro e allo spirito di abnegazione viene riscattata la casa del nespolo. Il nonno è ormai stato ricoverato in ospedale e il giovane ‘Ntoni si trova ancora in prigione.

Due modalità opposte di vedere il mondo si contrappongono in questa realtà: da una parte l’adesione ai valori consegnatici attraverso la tradizione, dall’altra la brama del progresso animata dalla convinzione che si possa migliorare il proprio stato sociale evadendo dalla realtà in cui si è sempre vissuti.

La visione del mondo di Verga è, però,  immutabile e fatalista. Contro il destino che è stato assegnato non si può combattere. Ogni lotta è vana e destinata alla sconfitta. L’eroe antico combatteva contro un destino avverso o contro le divinità o ancora contro il male (odium, furor, mala mens) interno alla sua persona (pensiamo alla tragedia senecana). In Verga colui che si isola e si separa dalla comunità di appartenenza non ha in alcun modo le sembianze dell’eroe. Si potrebbe, forse, parlare di un’eroicità quotidiana, quasi invisibile e non palese, di chi persiste nella fedeltà alla tradizione. È un’eroicità che non appartiene al singolo, ma alla comunità. Per questo mancano nel romanzo figure di veri e propri protagonisti. Le vicende sono spesso narrate dalla voce corale degli abitanti di Aci Trezza che commentano i fatti.

La prossima volta vedremo la conclusione del romanzo con il ritorno a casa del giovane ‘Ntoni dopo gli anni passati in prigione. (La Nuova bussola quotidiana del 2-7-2017)

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