A Sanremo 2014, oltre che la canzone «Invisibili», Cristiano De Andrè presenterà anche «Il cielo è vuoto», dal testo ricco di suggestioni simboliche e rivelatore di una percezione esistenziale tipica della modernità. Come non ricordarsi che ormai più di cento anni fa Pirandello scriveva dello strappo nel cielo di carta ne Il fu Mattia Pascal, allorché Anselmo Paleari raccontava del teatro di marionette. Oreste, grande eroe dell’antichità, vedendo il cielo strappato, diveniva inerte, si trasformava in Amleto. De Andrè non sta certo alludendo al celebre episodio citato, ma senz’altro le sue immagini risentono di un humus culturale da cui da tempo l’uomo si nutre, di cui si imbeve come per osmosi.

Nel cielo compare solo il sole che da sempre è simbolo della verità, della divinità che dà vita, addirittura del Cristo nella tradizione cristiana. Qui, il sole «acceca e fa esplodere il grano», infonde sulla Terra quel calore che fa crescere le sementi. Con efficace passaggio analogico, se in Terra cresce il grano grazie al calore proveniente dall’alto, il cielo dovrebbe essere seminato dei sogni degli uomini e diventare così un campo dove crescono i nostri sogni. Il cielo diventerà così «un mantice […], una strana officina» «di quello che faremo». Sentiamo direttamente questa prima parte: «Il cielo è vuoto, c’è soltanto il sole/ Che acceca la terra e fa esplodere il grano/ E noi che intanto bruciamo/ Il cielo è vuoto perché aspetta il seme/ Dei nostri sogni e di quello che faremo/ Di quello che faremo/ È un mantice il cielo è una strana officina». 

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