Se la natura umana è capacità di Infinito e l’uomo è inquieto (per usare l’espressione di sant’Agostino) finché non lo incontra, quando si dimentica o si mette a tacere il nostro cuore abbiamo l’impressione di sentirci meglio. Ma è solo un’illusione. A detta di Leopardi, in tanti modi l’uomo può assopire o dimenticare la vera natura dell’io. Uno di questi è l’adesione ad un’ideologia.

Il termine «ideologia» può essere utilizzato nell’accezione neutra di Weltanschauung, come spesso compare nei testi scritti o nelle discussioni, ovvero di visione del mondo o pensiero di un autore o personaggio. Nel discorso che seguirà la utilizzeremo, invece, nell’accezione negativa ad indicare un pensiero o un sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si può già avere. Nelle Riflessioni sulla condotta della vita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell, medico ateo convertitosi dopo il viaggio a Lourdes in cui assiste alla guarigione di un ammalato, scrive: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Quindi, ognuno di noi individualmente può essere animato da uno sguardo ideologico.

Esistono, però, delle ideologie collettive, ovvero dei sistemi di pensiero che, dimentichi degli abissi di male cui può pervenire l’uomo, propongono una visione positiva della storia e del mondo, dimenticando, però, la persona. Ovvero la positività riguarda la società, il mondo nel suo progresso, non il singolo. Il sistema di pensiero non è risposta alle domande di felicità del cuore del singolo, ma, al contrario, tutta la vita del singolo deve impegnarsi alla realizzazione di questo ipotetico futuro. L’uomo, nel senso del singolo individuo, è funzionale al progresso e le domande fondamentali del cuore dell’uomo nella maggior parte dei casi sono soffocate o non prese in considerazione. Altre volte sono considerate strumentali alla realizzazione di questo progresso, come se la natura ce le avesse insinuate perché la nostra esistenza fosse soggiogata alla prospettiva collettiva di un benessere generale. In una ottica del genere l’uomo è alienato, non vive per trovare risposta al proprio desiderio di felicità e di amore, ma per realizzare un progetto collettivo privo di nesso con il proprio io e con la propria felicità.

Nella «Ginestra» Leopardi utilizza l’espressione del cugino Terenzio Mamiani «le magnifiche sorti e progressive» per descrivere questa illusione collettiva. Nello Zibaldone, attraverso la celebre riflessione del giardino in «istato di souffrance», bello nel suo insieme, ma sofferente in ogni singola componente, il poeta ci descrive icasticamente la vanità di una prospettiva collettiva che non tenga conto del singolo. Ebbene un’ideologia collettiva pensa di poter ottenere un giardino ben curato e bello nel suo insieme, non preoccupandosi della salute e del benessere della singola pianta. In una prospettiva simile ciascuno dovrebbe rinunciare alla propria felicità in nome di un’ipotetica costruzione di una società nuova e perfetta, dovrebbe dimenticare la natura del proprio cuore, quindi la naturalità del proprio essere. Di qui deriva l’alienazione.

Tra le ideologie a lui contemporanee Leopardi si scaglia in particolar modo contro la Rivoluzione francese, esito finale dell’esasperazione della ragione umana come ratio sui et universi. Scrive Leopardi nello Zibaldone: «È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir l’andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e pretendere per al prima volta ab orbe condito di geometrizzare tutta la vita. Cosa non solo lacrimevole in tutti i casi se riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi matematici, perché dirittamente contraria alla natura dell’uomo e del mondo. […] E non vedevano che l’imperio della pura ragione è quello del dispotismo per mille capi». A quali ingiustizie e a quali violenze porterà tale dispotismo! Quante vite umane verranno immolate sull’altare della Dea Ragione! Prosegue, infatti, Leopardi: «Si eressero altari alla Dea Ragione: Condorcet nel piano di educazione presentato all’Assemblea legislativa ai 21 e 22 aprile 1792 proponeva l’abolizione e proscrizione anche della religion naturale, come irragionevole e contraria alla filosofia, e così di tutte le altre religioni […]. Non parlo del nuovo Calendario, della festa all’Essere Supremo di Robespierre, ecc. In somma lo scopo non solo dei fanatici, ma dei sommi filosofi francesi o precursori, o attori, o in qualunque modo complici della rivoluzione era precisamente di fare un popolo esattamente filosofo e ragionevole. Dove io non mi maraviglio e non li compiango principalmente per aver creduto alla chimera del potersi realizzare un sogno e un’utopia, ma per non aver veduto che ragione e vita sono due cose incompatibili, anzi aver stimato che l’uso intiero, esatto e universale della ragione e della filosofia, dovesse essere il fondamento e la cagione e la fonte della vita e della forza e della felicità di un popolo (27 novembre 1820)». L’Illuminismo, che aveva scelto come proprio inno le parole «libertà, uguaglianza, fraternità» e che era nato in seno ad un paese fortemente cattolico, aveva fin dalle origini rifiutato questa paternità affrancandosi da tutto il retaggio culturale precedente. Tagliato questo cordone ombelicale, il «feto della Rivoluzione» nasce morto.

Queste sono le parole di Leopardi per descrivere le conseguenze di questo strappo dalla propria origine: «Così tutte le sette, istituzioni, corporazioni, ogni cosa umana si guasta e perde quando s’allontana da’ suoi principii, e non c’è altro rimedio che richiamarvela, cosa ben difficile, perché l’uomo non torna indietro senza qualche ragione universale, necessaria ecc. come sovversioni del globo, o di nazioni, barbarie simile a quella che rinculò il mondo ne’ tempi bassi, ecc.: ma di spontanea volontà, e ad occhi aperti, e per sola ragione e riflessione, non mai».

Le ideologie politiche accrescono la nostra infelicità secondo Leopardi perché trascurano la vera natura del problema umano e, così, ingannano l’uomo illudendolo: «Non c’è governo possibile, che non sia imperfettissimo, che non racchiuda essenzialmente i germi del male e della infelicità maggiore o minore de’ popoli e degli individui; non c’è né c’è stato né sarà mai popolo, né forse individuo a cui non derivino inconvenienti, incomodi, infelicità […] dalla natura e dai difetti intrinseci e ingeniti del suo governo, qualunque sia stato, o sia, o possa essere. Insomma, la perfezione di un governo umano è cosa totalmente impossibile e disperata, e in un grado maggiore di quello che sia disperata la perfezione di ogni altra cosa umana». Gli abissi cui giunge l’utopia rivoluzionaria francese precorrono in ordine temporale gli abomini perpetrati dalle ideologie totalitarie nel Novecento.

Commenta questo Articolo