Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: un affetto e un abbraccio, non un discorso o una morale! Bisogna incontrare l’Ideale  come aveva intuito Leopardi!

Nella vastissima produzione del Recanatese, però, non ci imbattiamo mai nella lettura di testi che ci testimonino l’avventura dell’incontro. Esso è solo sospirato, vagheggiato come in un sogno.

A questo punto dell’opera, quindi, nel tentativo di fornire almeno un’iniziale risposta alla domanda che dà il titolo al testo, la nostra attenzione sarà tutta protesa a perlustrare altri autori che hanno raccontato in maniera mirabile l’esperienza dell’incontro.

Non possiamo, qui, non far da subito riferimento a Manzoni che nei Promessi sposi ci descrive la conversione dell’Innominato. Siamo nel capitolo XXI, ormai oltre la metà del romanzo. Fallito il matrimonio di sorpresa, Lucia e Renzo sono ormai fuggiti da Pescarenico: Lucia ha trovato rifugio in un convento di Monza nella convinzione di trovare quella protezione di cui altrove non potrebbe godere; Renzo si è  trasferito a Milano dove ingenuamente si trova coinvolto nei tumulti popolari scaturiti dalla carestia.

Nel capitolo XXI Manzoni ci descrive con acume psicologico la situazione esistenziale in cui si trova l’Innominato quando Don Rodrigo si reca da lui  per chiedere il rapimento di Lucia. Il ribaldo assume su di sé l’impegno senza neppure aver dato all’interlocutore il tempo di spiegare.

Questi è un personaggio realmente esistito. La Marchesa Margherita Provana Di Collegno, che conosceva bene Manzoni, scrive sul suo diario: «Sentii da Manzoni che l’Innominato è un Visconti, ed è personaggio verissimo». Poi, in una lettera indirizzata a Cesare Cantù probabilmente nel 1832 quando questi sta scrivendo i Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento ai Promessi sposi” del Manzoni il grande romanziere lombardo scrive:

L’Innominato è certamente Bernardino Visconti. […] Ho trasportato il suo castello nella Valsassina. La Duchessa Visconti si lamenta che le ho messo in casa un gran birbante, ma poi un gran santo.

L’identificazione più attendibile dell’Innominato sarebbe, quindi, con Francesco Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Gera d’Adda. Il fatto sorprendente è che Manzoni è un discendente di Bernardino da parte di madre. L’autore de I promessi sposi è, quindi, parente dell’Innominato. Un amico molto stretto di Alessandro Manzoni come Ermes Visconti afferma che lo scrittore, raccontando la conversione dell’Innominato, ha voluto svelare anche il segreto della sua.

In sintesi questa è la vita di Francesco Bernardino Visconti. Nato nel 1579 in provincia di Bergamo, a soli diciassette anni inizia la sua attività criminale insieme con la sua banda, commette numerosi delitti. Contro di lui vengono emesse più gride. Fugge nel cantone dei Grigioni fino a quando ritornerà in Italia stabilendosi nel castello di Chiuso. La conversione avviene durante la visita pastorale di Federigo Borromeo nel lecchese nel 1615. L’ultima notizia storica dell’Innominato risale al 1647 quando Francesco Bernardino lascia tutta la sua eredità all’oratorio di S. Maria delle Grazie a Bagnolo Cremasco.

Una volta ancora, come nel caso della Monaca di Monza, Manzoni cambia considerevolmente la data della vicenda (anticipandola) per trasformare l’Innominato in un protagonista del romanzo. Il vero poetico, potremmo dire, trionfa sul vero storico in due fondamentali deroghe della storia.

Nel Fermo e Lucia l’Innominato viene designato con il titolo di Conte del Sagrato in riferimento ad un omicidio avvenuto sul sagrato di una chiesa.

NEI PROMESSI SPOSI.

È un’abitudine al male che lo induce a dire subito sì, ma non appena Don Rodrigo, che neppure conosce, se ne va, inizia a percepire una “cert’uggia”, come un fastidio fisico sempre più crescente, come un peso allo stomaco che sempre più si fa sentire, quando non si è digerito eppure si continua a mangiare. Infatti, all’inizio, l’Innominato nei primi tempi che perpetrava  i suoi delitti  sentiva  una sorta di rimorso che cercava di cacciare e che, poi, scomparve. Il cuore, finché non è ancora ottenebrato, oscurato e corrotto funge da criterio  di giudizio con cui paragoniamo quanto ci accade e anche quando ne siamo inconsapevoli  ci dice se quanto facciamo è buono per noi: la cartina di tornasole è, infatti, la letizia, che scaturisce da una corrispondenza tra quanto accade e quanto desidera autenticamente il nostro cuore. Ora, dopo tanti anni di delitti e omicidi, non si riprende la coscienza dell’Innominato ormai annichilita, il suo non è un rimorso di coscienza, ma un peso fisico, come l’evidenza concreta, oggettiva delle sue azioni, che gli stanno tutte davanti e “sono lui”, ovvero lo seguono anche se lui ne è inconsapevole.

Da tempo, però, l’Innominato iniziava a sentire anche il limite ontologico dell’uomo, la vecchiaia e la morte: quella stessa morte che una volta, quando era giovane, destava in lui sentimenti di lotta e sollecitava ancor più il suo coraggio, ora, invece, gli appare come qualcosa che lo riguarda, lui, singolarmente, e che deve essere affrontata non in campo aperto, ma nel buio della sua camera, come un “giudizio individuale”, “una ragione indipendente dall’esempio”. Di fronte alla morte si percepisce solo e ancor più solo, perché lui si sente per delitti e sopraffazioni molto più avanti di tutti gli altri.

Inoltre, quel Dio che l’Innominato non ha mai negato o affermato, perché lui ha sempre vissuto come se non esistesse, ora gli sembra che gli gridi dentro di sé “Io sono, però”, espressione che riecheggia l’ebraico “Iahvé”. Una voce gli sembra, infatti, dire : “Fingi e vivi come se io non esistessi, io comunque ci sono e prima o poi con me dovrai fare i conti”.

Ebbene, in mezzo a questa crisi, giunge al castello dell’Innominato quella Lucia che il collega di ribalderie Egidio, l’amante della Monaca di Monza, ha facilmente rapito. Quella ragazza debole e apparentemente senz’armi appare all’Innominato non certo indifesa. La fede non l’abbandona in questo momento difficile. Di fronte al suo carceriere esclama: “In nome di Dio…”, ponendo così un dito nella piaga dell’Innominato che risponde :

“Dio, Dio, … sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola. Di farmi…?”.

Allora Lucia pronuncia quella frase che salverà l’Innominato:

“Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!”.

Anche una semplice frase, un istante possono servire per la nostra salvezza o la salvezza altrui: è il concetto di merito cristiano, per cui non c’è istante che, se offerto a Dio, non possa valere per la salvezza di sé e del mondo. Qui, sarà ben presto evidente che poche parole pronunciate con fede e per fede si stamperanno nella mente sconvolta del ribaldo e nella notte che sta per sopraggiungere lo tratterranno da un folle gesto.

Giunta, infatti, la sera, l’Innominato non riesce a dormire, chiedendosi le ragioni per cui abbia acconsentito così repentinamente all’ennesima infamia. Preso da una cupa disperazione, decide di farla finita, impugna la pistola e se la pone alle tempie. Allora, la sua mente va alla vita che continuerà anche dopo la sua morte, ai suoi nemici che gioiranno della sua morte.

“E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. – Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un invenzione dÈ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…! -”.

Ovvero “Se Dio non esiste, tutto è permesso”: perché dovrebbe esistere il rimorso di coscienza per uno come l’Innominato che, impunito dalla legge, si considera al di sopra di tutto e di tutti? A meno che il cuore, richiamato  alla verità dell’esistenza dalla cruda provocazione della vecchiaia e della morte, non riprenda per un momento a battere in forma umana!

Commenta questo Articolo