L’epoca contemporanea ha un triste privilegio. In tutte le epoche gli intellettuali hanno dissertato sull’esistenza di Dio. Molti hanno cercato anche di confutarne l’esistenza.  Sono sempre esistiti gli atei. Nelle epoche passate, però, la negazione dell’esistenza di Dio raramente si è accompagnata ad una presuntuosa tracotaggine e ad una gaia spensieratezza totalmente dimentica del limite umano e della morte.

L’uomo di oggi troppo spesso si vanta di poter fare a meno di Dio, di poter assaporare i piaceri e le gioie con più libertà, una volta che è stato reciso il legame con il destino e con il Mistero.

Finalmente, una volta che tutte le certezze del passato sono state obnubilate e che la tradizione ha rivelato la sua inconsistenza, l’uomo sarebbe libero e potrebbe, così, finalmente ripartire ex nihilo e, mostrando di non avere debiti con il passato e con la superstizione metafisica, creare un mondo nuovo.

Spenti tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono cadute.

Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono a dialogare tra loro.

Efficacemente il Cardinale Ratzinger coniò l’espressione «dittatura del relativismo» per definire la cultura contemporanea. Non più certezze cui guardare, ma un’unica certezza, quella che non vi sono verità. All’evidenza delle cose si è sostituito il dubbio applicato a tutto, almeno a livello teorico.

A livello pratico, infatti, la demolizione del criterio di conoscenza per fede porterebbe al rapido ritorno all’età della pietra, ogni uomo dovrebbe ripercorrere tutte le tappe del passato se non desse credito alle acquisizioni ereditate.

Sul piano tecnico scientifico, spesso il criterio del dubbio non viene invece applicato, anzi talvolta si applica l’ideologia scientista dimentica del vero metodo sperimentale. Così, si propagano teorie o tesi magari ancora non dimostrate.

Sul piano umano, religioso e metafisico, invece, il dubbio è esteso ad ogni campo, investe ogni aspetto del reale. Di fronte al dubbio generalizzato l’uomo non sa più come affrontare l’avventura del reale.

Il relativismo culturale dal campo della conoscenza ha investito nel tempo il campo etico. In assenza del bene e del male, ogni azione umana è arbitraria e soggettiva, cioè valutabile esclusivamente a partire da criteri personali del soggetto che l’ha compiuta. L’azione non è più buona in sé, ma in relazione al fine e agli obiettivi che chi la compie si è prefissato.

Il passaggio dal relativismo gnoseologico ed etico a quello estetico è immediato. Se bello, buono e vero coincidono, in mancanza di un bene e di un vero oggettivi, anche il bello perde uno statuto di esistenza.

All’epoca degli antichi Greci la mancanza di certezze, di divinità buone conduceva ad una serietà nella vita da cui sarebbero nati gli eroi antichi, uomini che, pur nel dolore e nel dramma della vita, si ponevano in modo dignitoso di fronte alla vita e al destino.

La tragedia antica è l’esito più maturo di questa percezione dell’uomo avversato dalla fortuna e dalle divinità, disperato, cioè senza speranza. Quella antica è, però, una disperazione seria, titanica, profonda, che potrebbe essere ben espressa con le parole dello scrittore contemporaneo F. Kafka (1883-1924): «Se la salvezza c’è, voglio esserne degno». L’uomo antico è profondamente religioso e in tutti i modi cerca di indagare il destino, il mistero, il significato.

Quella di oggi è, invece, una gaia disperazione, propria di un uomo che, pensando di poter fare a meno di Dio, deve anche dimenticarsi del destino. Vuole vivere sereno,  tranquillo, ottimista, anche se senza ragioni di speranza. Quanta distanza separa l’uomo contemporaneo dalla serietà dell’uomo greco!

Quali le strade per un possibile riscatto dell’umano, così privato delle sue istanze migliori. Il primo punto è il desiderio, che non solo è connaturato nell’uomo ma in più, come dice Teresa di Lisieux, è attivato di fronte alla comparsa del suo oggetto, e in qualche modo rilanciato ulteriormente. Anche il desiderio è quindi bersaglio delle mire del potere, che vorrebbe ridurre l’uomo a consumatore e che proprio sul desiderio basa i suoi stimoli in questa direzione. Perciò occorre conservare un atteggiamento di stupore.

L’atteggiamento di stupore proprio del bambino rappresenta l’impeto dell’uomo che entra con curiosità nell’avventura della realtà per conoscerla. Proprio questo stupore è l’atteggiamento da cui nasce la filosofia.  Il fascino che la realtà desta diventa il mezzo che attira e che cattura il bambino tanto da far sorgere in lui le domande: «Che cos’è questo oggetto? Come si chiama? A che cosa serve?». La conoscenza avviene attraverso la creazione di un legame con l’oggetto incontrato fino al desiderio di comprendere il suo fine  e la sua utilità.

In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di un uomo che sia interessato al reale, cioè che sia pienamente coinvolto nella vita.

Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere.

Chi mi ha regalato questi fiori? Chi mi ha dato la Luna piena così splendente in cielo, da guardare? Chi ha creato la bellezza del mondo? Quando è guardata con stupore la realtà viene colta come segno e, in un certo modo, come via veritatis, strada per la verità. Lo sguardo stupito fa cogliere nella realtà un’unità profonda, un Mistero che accomuna tutto.

Questo Tu che ha creato il mondo apre le porte all’amore, vero fulcro della conoscenza, e all’appartenenza ad esso, per cui la solitudine che contraddistingue i contemporanei è sconfitta con l’adesione e l’appartenenza alla Verità. Rinasce così anche la capacità di costruzione di un mondo più umano, attraverso la responsabilità, che è etimologicamente un rispondere a qualcuno.

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